WASHINGTON - Mentre Donald Trump sembra intenzionato a chiudere il conflitto entro il 9 aprile (ultimo giorno della Pasqua ebraica), l’Iran lavora per minimizzare ogni segnale di apertura. Nonostante le smentite ufficiali di Teheran su “colloqui costruttivi”, la diplomazia internazionale è in pieno fermento, con il Pakistan che si propone come sede per possibili incontri a Islamabad tra il vicepresidente JD Vance e una delegazione iraniana guidata da Mohammad Baqer Ghalibaf. 

Il presidente Usa ha intensificato i contatti telefonici, sentendo il premier indiano Modi e rilanciando le offerte di mediazione del pakistano Shehbaz Sharif. Secondo il Wall Street Journal, dietro il rinvio degli attacchi alla rete elettrica iraniana ci sarebbero le pressioni di potenze regionali (Egitto, Turchia, Arabia Saudita) riunitesi a Riad per riaprire un canale. 

Il Cairo sarebbe riuscito a proporre ai Pasdaran una tregua tecnica di cinque giorni, offrendo a Trump l’aggancio per annunciare la sua temporanea marcia indietro. 

Nonostante gli sforzi diplomatici, l’Iran ha notevolmente inasprito le proprie pretese. Con i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) sempre più centrali nelle decisioni, Teheran non chiede solo la fine delle ostilità, ma pone sul tavolo condizioni che Washington ha sempre considerato “linee rosse”. 

L’Iran esige il controllo formale dello Stretto di Hormuz, una richiesta strategica che minaccia la stabilità energetica globale, e oppone un rifiuto categorico a trattare su qualsiasi limite al proprio programma missilistico balistico. A queste condizioni si aggiunge la richiesta di risarcimenti per le perdite subite e di garanzie concrete contro future azioni militari. 

Paradossalmente, l’eliminazione dei leader della “vecchia guardia” ha portato al potere figure ancora più intransigenti. Mohammad Bagher Zolghadr, con una lunga carriera nei Pasdaran, è stato nominato oggi da Mojtaba Khamenei come successore di Larijani alla guida del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Questa nomina conferma che, in caso di negoziati, l’ultima parola spetterà all’ala più radicale dei militari. 

L’Arabia Saudita resta l’incognita principale. Sebbene partecipi ai tavoli diplomatici, il New York Times riferisce di frequenti chiamate tra Mohammed bin Salman (MBS) e Trump. L’erede al trono vedrebbe nella guerra “un’opportunità storica” per ridisegnare il Medio Oriente, spingendo affinché il regime iraniano venga definitivamente indebolito, nonostante i timori per la sicurezza dei propri siti petroliferi.