TEHERAN - A dodici giorni dall’inizio del conflitto, l’Iran ha “mutato pelle”. Dopo le massicce ondate di missili delle prime 48 ore, Teheran ha abbandonato l’idea di uno scontro frontale per adottare una strategia asimmetrica: colpire i “nervi scoperti” della macchina bellica statunitense, ovvero i radar e le scorte di intercettori antimissile. Mentre Donald Trump dichiara che il nemico è stato “annichilito”, i fatti sul campo raccontano una resistenza flessibile e inaspettata.
Secondo tre funzionari del Pentagono, l’Iran ha accettato di non poter competere sul piano della pura potenza di fuoco. La nuova linea di Teheran punta ora a una vittoria politica attraverso il logoramento.
Teheran, infatti, concentra i suoi attacchi sui sistemi THAAD e Patriot, costringendo gli Stati Uniti a consumare missili intercettori estremamente costosi e limitati. Migliaia di droni kamikaze a basso costo vengono lanciati contro installazioni in Qatar, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Iraq e Bahrein. L’obiettivo non è solo distruggere, ma obbligare le batterie Usa a sparare, svuotando i magazzini.
L’analisi degli esperti suggerisce che l’Iran abbia fatto tesoro della “Guerra dei 12 giorni” del giugno scorso. In quel brevissimo conflitto, gli arsenali occidentali subirono un consumo allarmante.
Secondo un rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS), gli Stati Uniti hanno lanciato tra 100 e 250 missili THAAD, quasi la metà della loro disponibilità totale, e utilizzato circa 80 missili SM-3, pari a un quinto delle scorte mondiali. Come avverte Vali Nasr della Johns Hopkins University, Teheran ha capito che una delle debolezze statunitense riguarda proprio la capacità di rimpiazzare queste difese.
Inoltre, l’Iran non agisce solo direttamente. Teheran sta coordinando operazioni tramite milizie alleate per colpire punti sensibili. Nel Kurdistan iracheno, uno sciame di droni ha colpito un hotel di lusso a Erbil frequentato da militari Usa. Questo attacco dimostra che l’intelligence iraniana è a conoscenza della dislocazione delle truppe anche in strutture civili, un segnale di allerta per la sicurezza del personale statunitense nella regione.
Sebbene i lanci siano diminuiti, il Pentagono invita alla massima cautela. Valutazioni riservate indicano che l’Iran potrebbe aver conservato fino al 50% della propria dotazione di missili. “Nessun piano sopravvive al primo contatto con il nemico. Loro si stanno adattando”, ha ammesso il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti.
Questa riserva strategica potrebbe essere utilizzata per un colpo di grazia contro le infrastrutture di comunicazione e i radar statunitensi, una volta che le difese antimissile saranno state sufficientemente indebolite.