DUBAI – La dichiarazione viene diffusa mentre il presidente americano Donald Trump valuta come rispondere alla violenta repressione delle proteste che scuotono il Paese e rappresentano una delle sfide più serie al potere clericale dalla Rivoluzione islamica del 1979.

Teheran insiste che la situazione interna è “sotto controllo”, ma i numeri sulle vittime e sugli arresti starebbero a testimoniare una crisi profonda.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti, almeno 572 persone sono state uccise dall’inizio delle manifestazioni il 28 dicembre: 503 manifestanti e 69 membri delle forze di sicurezza. Gli arresti supererebbero quota 10.600. Reuters non ha potuto verificare in modo indipendente questi dati, anche a causa del blackout di internet imposto dalle autorità iraniane da giovedì scorso, che ha fortemente limitato il flusso di informazioni dall’interno del Paese.

In proposito, nelle ultime ore avrebbe preso corpo la possibilità un ricorso al sistema satellitare Starlink di Elon Musk per ripristinare la rete. Il presidente Trump ha dichiarato che avrebbe chiesto a Musk di mettere a disposizione del popolo iraniano la copertura necessaria per l’accesso.

Le proteste, inizialmente scatenate dall’aumento dei prezzi e dal peggioramento delle condizioni economiche, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica diretta, con slogan che chiedono la caduta del regime religioso. Nonostante l’ampiezza delle manifestazioni, non emergono segnali di fratture all’interno della leadership sciita, delle forze armate o degli apparati di sicurezza. L’opposizione rimane frammentata e priva di una guida centrale.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che i “messaggi contraddittori” provenienti da Washington mostrano una mancanza di serietà, ma ha confermato che i contatti proseguono. Il canale diretto tra il ministro degli Esteri Abbas Araqchi e l’inviato speciale americano Steve Witkoff resta attivo, così come quello tradizionale mediato dalla Svizzera.

Araqchi ha ribadito che l’Iran è pronto a difendersi ma anche disponibile al dialogo, assicurando che i servizi internet saranno ripristinati a breve in coordinamento con le autorità di sicurezza. Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha parlato di una “guerra su quattro fronti”, includendo economia, informazione, conflitto militare con Stati Uniti e Israele e lotta al terrorismo.

Dal canto suo, Trump ha affermato che Teheran avrebbe contattato Washington per riaprire i negoziati sul programma nucleare, dopo i bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele su siti nucleari iraniani nel conflitto di giugno. Un incontro sarebbe in preparazione, anche se il presidente americano ha lasciato intendere che eventuali azioni potrebbero precederlo, alla luce della repressione in corso.