WASHINGTON - Nonostante le rassicurazioni pubbliche del presidente statunitense sul fatto che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran prima del voto di Midterm, il Pentagono starebbe elaborando nuovi e dettagliati piani per l’avvio di un’operazione militare d’urto.

A rivelarlo è il New York Times, che citando funzionari anonimi dell’amministrazione statunitense riporta come “Trump ha ordinato ancora una volta opzioni di attacco”, spingendo i vertici della difesa a preparare opzioni per una campagna breve e intensa della durata stimata di circa tre giorni. 

I dettagli della proposta sono stati esaminati venerdì scorso durante un vertice a Camp David guidato dal vicepresidente JD Vance e dai principali alti funzionari della sicurezza nazionale. Il piano elaborato dal Dipartimento della Difesa prevede di colpire depositi di missili e droni, strutture energetiche, posti di comando e quartieri generali del Corpo dei Pasdaran, oltre a siti militari in cui Teheran avrebbe ricostruito le proprie capacità belliche dopo le prime fasi del conflitto. 

L’innalzamento della pressione strategica è testimoniato anche dal massiccio rischieramento navale in corso. Il gruppo da battaglia della portaerei Theodore Roosevelt ha lasciato San Diego la scorsa settimana e potrebbe raggiungere la regione entro la fine di ottobre, affiancandosi alle portaerei George H.W. Bush e George Washington.

Questa sovrapposizione temporanea porterebbe la presenza navale statunitense in Medio Oriente a superare i 20mila uomini tra marinai e marines, segnando la presenza contemporanea di tre portaerei nell’area per la prima volta dal 2003.  

La presenza di tre grandi unità sarà comunque provvisoria: la George Washington farà infatti rientro alla sua base in Giappone non appena la Theodore Roosevelt sarà giunta a destinazione per darle il cambio. 

Le manovre di addestramento e pianificazione proseguono pur a fronte dell’atteggiamento altalenante della Casa Bianca. Negli ultimi mesi, il Pentagono e il team di sicurezza nazionale avevano già presentato a Donald Trump cinque differenti proposte per un’operazione su larga scala contro l’Iran o contro il movimento ribelle yemenita Ansar Allah (Houthi), ma “ogni volta, il signor Trump ha posto il veto sui piani” respingendoli tutti. I comandanti statunitensi restano comunque pronti ad adempiere agli ordini e a lanciare l’offensiva qualora il presidente dovesse rivedere la propria posizione. 

All’interno della cerchia ristretta del presidente si registra infatti una profonda divisione sull’opportunità di una nuova azione militare. I funzionari favorevoli ai raid sostengono che la combinazione tra la pressione economica e un attacco rapido e concentrato potrebbe spezzare la resistenza iraniana, riducendo in particolare la capacità di Teheran di controllare lo Stretto di Hormuz.

Al contrario, altri consiglieri mantengono forti perplessità sul fatto che l’uso della forza possa modificare i piani dei vertici iraniani, ritenendo che la politica di isolamento finanziario vada proseguita per dare tempo a Teheran di fare concessioni significative. 

A pesare sulle valutazioni dei vertici militari vi è anche l’alto consumo di munizioni difensive. L’evoluzione delle tattiche e della precisione di puntamento degli attacchi iraniani ha costretto le forze statunitensi e i loro partner regionali a impiegare un numero maggiore di intercettori. Se nelle prime fasi della guerra i comandi Usa lanciavano di norma due missili intercettori per ciascun vettore iraniano in arrivo, la quantità necessaria è successivamente aumentata, mettendo sotto pressione le scorte strategiche. 

Nonostante il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) abbia già trasferito armamenti aggiuntivi dalle basi in Europa e in Asia, e i comandanti confermino la disponibilità di riserve di intercettori, cresce la preoccupazione per la sostenibilità della difesa delle installazioni commerciali e delle basi che ospitano le truppe Usa nella regione. Un nuovo attacco contro l’Iran, evidenziano fonti ufficiali, esporrebbe le forze statunitensi a dure ritorsioni, richiedendo un ulteriore e gravoso consumo di missili difensivi. 

Per il momento, la linea pubblica della Casa Bianca rimane orientata alla cautela in vista delle urne. Ieri mattina, il presidente Trump ha smentito le indiscrezioni di stampa diffuse da Axios, ribadendo tramite un messaggio sui social network che gli Stati Uniti non prevedono attacchi contro l’Iran prima delle elezioni di medio termine per il Congresso, fissate per il 3 novembre. Il presidente ha inoltre affermato che Washington e Teheran stanno mantenendo “discussioni produttive”, confermando che i due Paesi continuano a scambiarsi messaggi attraverso la mediazione dei canali diplomatici.