TEHERAN - Mentre le proteste contro il collasso economico e la gestione sociale entrano nel loro nono giorno, l’Iran è teatro di scontri sempre più violenti tra manifestanti e forze di sicurezza. Il bilancio delle vittime, seppur difficile da verificare a causa delle restrizioni, è tragico: le organizzazioni per i diritti umani Hengaw e Hrana riferiscono di almeno 16-17 morti e quasi 600 arresti. 

Il fine settimana è stato segnato da un episodio brutale nella città di Ilam, nel Kurdistan iraniano. Secondo fonti di Radio Farda, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini, per arrestare i manifestanti feriti che erano stati ricoverati dopo gli scontri nella vicina Malekshahi. 

L’agenzia Fars, megafono dei Guardiani della Rivoluzione, ha confermato l’operazione, giustificandola con una retorica che ha scosso l’opinione pubblica: i manifestanti avrebbero usato la struttura sanitaria come una “caserma”. La tensione, degenerata in scontri dentro e fuori le corsie della clinica, è stata descritta dal regime come un atto necessario per riportare la struttura alla “normalità”. 

La risposta delle istituzioni non si è fatta attendere. Il capo della magistratura, Gholamhossein Ejei, ha lanciato un avvertimento perentorio che chiude ogni spazio di mediazione: pugno di ferro e nessuna clemenza contro chiunque alimenti le rivolte. 

Per Ejei, il tempo della comprensione è finito: l’appoggio di Stati Uniti e Israele alle proteste trasforma automaticamente ogni manifestante da cittadino scontento a complice del nemico. Con un ultimatum che non ammette repliche, ha offerto un’ultima occasione per disertare le piazze, avvertendo però che per chi insisterà sulla via della “sedizione”, la giustizia iraniana promette solo un’inesorabile severità. 

Nonostante gli avvertimenti, le proteste si sono diffuse in 23 delle 31 province, toccando oltre 40 città. Sebbene non abbiano ancora raggiunto la partecipazione di massa del movimento “Donna, Vita, Libertà” del 2022 o dell’Onda Verde del 2009, la loro natura economica e la diffusione nelle zone occidentali rappresentano una sfida pericolosa per la Guida Suprema Ali Khamenei. 

Il regime appare particolarmente vulnerabile dopo la guerra lampo di giugno con Israele, che ha lasciato ferite profonde nelle infrastrutture nucleari e decimato parte dell’élite della sicurezza. In questo clima di incertezza, la rabbia per il carovita rischia di diventare la miccia per una deflagrazione ancora più vasta.