TEHERAN - La rivolta in Iran, accesa il 28 dicembre dal carovita e trasformata rapidamente in una sfida aperta al regime teocratico, ha raggiunto livelli di violenza senza precedenti.

Secondo l’ultimo aggiornamento di Hrana (Human Rights Activists News Agency), il bilancio delle vittime è salito a 538 morti, tra cui 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza. Tra le vittime si registra anche un neonato di soli due mesi nella provincia di Isfahan, segnale che la repressione non risparmia nessuno. 

Il regime ha risposto alzando un muro di silenzio. Internet è fuori uso da oltre 60 ore, con livelli di connettività nazionale crollati all’1% rispetto agli standard ordinari. Secondo l’organizzazione Netblocks, questo blackout rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza dei cittadini. Nonostante il bavaglio, video trapelati mostrano spari diretti sulla folla e ospedali al collasso, impossibilitati a gestire il massiccio afflusso di feriti (stimati in centinaia, oltre agli oltre 10.000 arresti documentati). 

Donald Trump ha rotto gli indugi, dichiarandosi pronto ad aiutare i manifestanti nella loro lotta per la libertà. Domani è previsto un briefing cruciale con il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth. Le opzioni sul tavolo della Casa Bianca sono drastiche e spaziano da un possibile intervento militare, con il Pentagono che ha già presentato piani per attacchi mirati, alla fornitura di sistemi Starlink per bucare la censura e permettere ai manifestanti di comunicare.  

Sul fronte digitale si valuta inoltre un inasprimento della guerra cyber, attraverso sanzioni specifiche e attacchi hacker contro le infrastrutture del regime. Tuttavia, l’intelligence avverte che un attacco potrebbe produrre l’effetto opposto, compattando il Paese attorno alla leadership iraniana o scatenando violente ritorsioni contro le basi statunitensi nella regione. 

La replica di Teheran è stata immediata e feroce. La Guida Suprema Ali Khamenei ha attaccato Trump su X, definendolo un arrogante destinato a cadere: “I despoti della storia, come il Faraone, sono stati rovesciati all’apice della loro superbia. Anche lui farà la stessa fine”.  

Mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian accusa “nemici esterni” di seminare il caos, il vertice della sicurezza Ali Larijani ha invocato il “pugno di ferro” giudiziario contro i rivoltosi. Per domani, il regime ha organizzato una contro-manifestazione a Teheran per condannare quelli che definisce “mercenari statunitensi e israeliani”. 

La crisi iraniana sta ridisegnando le alleanze regionali, con il premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha inviato un messaggio di solidarietà ai “cittadini eroici”, assicurando che, una volta caduto il regime, Israele e Iran torneranno a essere partner fedeli per la pace. Allo stesso tempo, il vicepremier Antonio Tajani ha espresso grande preoccupazione, sostenendo le aspirazioni democratiche del popolo iraniano e chiedendo formalmente a Teheran di garantire i diritti fondamentali e di rinunciare alla pena di morte come strumento repressivo. 

Nonostante i canali diplomatici tra il ministro Araghchi e l’inviato Usa Steve Witkoff restino formalmente aperti, la sensazione è quella di un punto di non ritorno. Le piazze di oltre 100 città chiedono ora la fine definitiva del sistema instaurato nel 1979 con la rivoluzione komeinista, in una saldatura sociale che l’Iran non vedeva da decenni.