TEHERAN - La Repubblica Islamica ha rotto gli indugi sulle condanne a morte legate alle rivolte di inizio anno. Questa mattina, nella città di Qom, sono state eseguite le prime tre sentenze capitali contro giovani manifestanti accusati di omicidio e spionaggio, segnando una drammatica escalation nella repressione interna mentre il Paese è impegnato nel conflitto regionale.
Secondo quanto riportato dal sito ufficiale della magistratura, Mizan Online, i tre giovani (identificati come Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeed Davoudi ) sono stati impiccati all’alba “alla presenza di un gruppo di persone”.
Le accuse che hanno portato alla massima pena sono gravissime e includono il coinvolgimento nell’uccisione di due agenti delle forze dell’ordine durante gli scontri di gennaio e la conduzione di operazioni operative a favore di Israele e degli Stati Uniti. I tre giovani sono stati inoltre giudicati colpevoli di “moharebeh”, ovvero “guerra contro Dio”, un reato capitale previsto dal codice penale iraniano e spesso utilizzato contro i dissidenti politici.
Le organizzazioni internazionali hanno reagito con estremo sdegno. Amnesty International aveva già lanciato l’allarme su almeno 30 persone condannate a morte in seguito alle proteste, tra cui due minorenni. Uno dei giustiziati di oggi, Saleh Mohammadi, aveva infatti solo 18 anni.
Mahmood Amiry Moghaddam, direttore di Iran Human Rights, ha denunciato la natura brutale del procedimento: “Questi giovani sono stati condannati a morte con un processo iniquo, basato su confessioni estorte sotto tortura. Esprimiamo profonda preoccupazione per questa ondata di esecuzioni che avviene all’ombra della guerra, lontano dai riflettori internazionali”.
Le proteste, nate a fine dicembre per l’aumento del costo della vita e trasformatesi rapidamente in una rivolta contro il sistema della Repubblica Islamica, hanno lasciato sul campo una scia di sangue senza precedenti.
Le cifre fornite dalle diverse fonti sono profondamente divergenti: da un lato, le autorità di Teheran riconoscono circa 3.000 morti, attribuendo la violenza a terroristi e infiltrati stranieri che avrebbero trasformato le manifestazioni pacifiche in atti di vandalismo.
Dall’altro, i rapporti delle Ong, come quello dell’organizzazione Hrana, hanno documentato oltre 7.000 decessi, la stragrande maggioranza dei quali tra i manifestanti, avvertendo che il bilancio reale potrebbe essere ancora più drammatico a causa della difficoltà nel reperire informazioni indipendenti.