TEHERAN - In un Iran scosso dall’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei e decimato nelle sue figure di vertice, la governance del Paese sta assumendo una forma nuova e inaspettata. Secondo le analisi del quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e dell’emittente Al Jazeera, il potere non è più un vertice assoluto, ma un’alleanza funzionale nata sotto il fuoco della guerra, dove Mohammad Bagher Ghalibaf emerge come l’attore civile più influente. 

Presidente del Parlamento (Majlis) dal 2020, Ghalibaf è oggi la figura chiave per navigare tra la sopravvivenza del regime e la resistenza esterna. Il suo profilo unico gli permette di parlare linguaggi diversi, grazie a un background militare come ex comandante dei Pasdaran e capo dell’aviazione del Corpo che gli garantisce una credibilità indiscussa tra i ranghi delle forze armate.  

A questo si aggiunge una solida esperienza amministrativa come ex capo della polizia nazionale e sindaco di Teheran per oltre un decennio, doti che gli forniscono le competenze necessarie per evitare il collasso istituzionale. Infine, attraverso una retorica della sfida adottata su X e in TV, Ghalibaf ha mostrato toni durissimi contro Trump e Netanyahu, promettendo colpi devastanti e dichiarando operativa l’equazione “occhio per occhio” nello Stretto di Hormuz. 

L’attuale sistema di governo descritto da Al Jazeera si poggia su tre pilastri che collaborano per mantenere la stabilità nazionale, a partire dalla legittimità religiosa garantita da Mojtaba Khamenei. Il figlio del defunto leader assicura la continuità simbolica insistendo sull’economia della resistenza e confermando gli incarichi paterni, mantenendo teoricamente l’ultima parola su difesa e politica estera.  

A questo si affianca la potenza militare dei Guardiani della Rivoluzione che, nonostante le gravi perdite tra i comandanti, restano il centro decisionale operativo gestendo la difesa del territorio in modo decentralizzato e resiliente.  

Infine, Ghalibaf agisce come voce politica di primo piano: con la morte di mediatori tradizionali come Ali Larijani, ha riempito il vuoto diplomatico e politico trasformando il ruolo di capo del Parlamento in quello di un vero portavoce della mobilitazione nazionale. 

Questo assetto riflette un restringimento dello spazio per figure moderate, favorendo chi parla la lingua della rappresaglia. Ghalibaf, deridendo le affermazioni Usa sul presunto smantellamento missilistico iraniano, si è affermato come l’unico leader civile capace di unire le élite di sicurezza con quelle religiose.  

A quattro settimane dall’inizio dell’offensiva Usa-Israele, l’Iran non è più una teocrazia centralizzata, ma una macchina da guerra istituzionale che lotta per la propria sopravvivenza politica.