TEHERAN - Mojtaba Khamenei, nominato domenica dall’Assemblea degli Esperti dopo l’uccisione del padre Ali nell’attacco del 28 febbraio, ha rotto il silenzio con un primo, durissimo messaggio alla nazione. Tuttavia, quello che il mondo ha sentito è stata solo una voce: il leader non è apparso in video, alimentando dubbi sulla gravità delle sue condizioni di salute.
Il debutto di Mojtaba è stato accompagnato da un’assenza visiva totale. Le televisioni di Stato hanno trasmesso l’audio del messaggio alternandolo alla lettura di una giornalista, con una foto ufficiale fissa sullo sfondo.
Secondo fonti dell’intelligence e della Cnn, il nuovo leader avrebbe riportato una frattura al piede e lesioni al viso (tra cui un ematoma all’occhio) durante il bombardamento che ha distrutto il compound della famiglia Khamenei, uccidendo Ali, la moglie e diversi familiari.
Teheran sembra voler evitare l’immagine di un leader ferito, preferendo costruire il mito del “Leader della Rivoluzione” attraverso i social (con l’handle @Rahbarenghelab) e messaggi solenni, piuttosto che mostrare segni di vulnerabilità fisica.
Nel suo appello, Khamenei Jr. ha delineato i pilastri della sua futura gestione, confermando che l’Iran non ha intenzione di arretrare. La priorità assoluta resta la vendetta per il sangue dei “martiri”, citando specificamente la strage della scuola femminile “Shajarah Tayyiba” di Minab, colpita il primo giorno di guerra.
È stata confermata la chiusura dello Stretto di Hormuz come leva strategica fondamentale contro l’economia globale. Il leader ha inoltre rivelato che sono stati studiati nuovi teatri di scontro dove il nemico risulterebbe gravemente vulnerabile, pronti a essere attivati se la guerra dovesse persistere.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha poi lanciato un ultimatum ai Paesi vicini affinché chiudano le basi Usa, avvertendo che Teheran continuerà a colpirle considerandole obiettivi legittimi, e formulando una richiesta formale di risarcimento per i danni subiti con la minaccia di sequestrare beni equivalenti in caso di rifiuto.
Il messaggio si è concluso con l’espressione di gratitudine verso Hezbollah, gli Houthi e le milizie irachene per il supporto fornito e con un appello all’unità nazionale per dissipare l’illusione dei nemici di poter dividere il popolo iraniano.
In un passaggio carico di emotività, Mojtaba ha confessato di aver appreso della propria nomina dalla TV “come tutti gli altri”, definendo il compito di succedere al padre e al fondatore Khomeini come “estremamente difficile”. Ha sottolineato la sfida di replicare la “montagna di fermezza” di Ali Khamenei, pur garantendo che la linea della Repubblica Islamica non cambierà.
Infine, una mano tesa ambigua: l’Iran si dice pronto a “relazioni calde e sincere” con i vicini, a patto che questi si liberino della presenza militare statunitense e accettino la nuova egemonia di Teheran.