TEHERAN - In una giornata dominata dal timore di un’imminente escalation, il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi ha gettato un ponte verso la pace. In un’intervista alla Cbs, il principale mediatore dei negoziati ha annunciato che l’Iran ha accettato di smantellare le proprie scorte di uranio arricchito, un passo che renderebbe tecnicamente impossibile la creazione di una bomba atomica.
La proposta prevede la trasformazione delle riserve di uranio arricchito al 60% (attualmente stoccate nel sito sotterraneo di Isfahan) in combustibile a basso arricchimento attraverso un processo “irreversibile”. L’accordo garantirebbe agli ispettori dell’Aiea il pieno accesso ai siti nucleari, con Albusaidi che si dice fiducioso sulla futura partecipazione anche di ispettori statunitensi.
Dopo un incontro con il vicepresidente J.D. Vance, il diplomatico omanita ha parlato di una “pace a portata di mano”, fissando nuovi colloqui tecnici a Vienna per la prossima settimana.
Nonostante i segnali di distensione, il “filo del dialogo” resta teso sopra un abisso bellico. Donald Trump ha ricevuto dall’ammiraglio Brad Cooper (Centcom) un ventaglio di opzioni per colpire il regime, oscillando tra raid mirati sui siti nucleari e un’operazione su vasta scala per il regime change.
“Mi piacerebbe non usare la forza, ma a volte va fatto. Non ho ancora deciso, sono scontento della trattativa”, ha dichiarato Trump, sottolineando che Teheran non ha ancora pronunciato le “parole magiche”: la rinuncia definitiva a ogni arma nucleare.
All’interno dell’amministrazione repubblicana, tuttavia, emerge una spaccatura. J.D. Vance ha frenato l’entusiasmo dei falchi dichiarando che “non c’è alcuna possibilità che gli Stati Uniti vengano trascinati in una lunga guerra”, suggerendo una linea di cautela, condivisa da diversi consiglieri che preferirebbero, nel caso, lasciare l’iniziativa militare a Israele.
Nonostante l’apertura sull’uranio, restano sul tavolo due ostacoli critici: da un lato gli ayatollah rifiutano di includere i loro missili balistici nel negoziato, dall’altro persiste il nodo dell’intelligence contrastante. Mentre gli 007 statunitensi non ritengono infatti che Teheran possa colpire il suolo Usa a breve, Trump continua a sostenere pubblicamente la tesi opposta, alimentando la pressione per un intervento preventivo.