TEHERAN - Mentre le fiamme avvolgono i terminali petroliferi iraniani nel Golfo, Teheran risponde sul piano giudiziario con l’esecuzione di un cittadino europeo, scatenando una crisi diplomatica con Stoccolma che scuote l’intera Unione Europea.
Nelle ultime ore, le raffinerie statali di Asaluyeh, nella provincia meridionale dell’Iran, sono state l’obiettivo di un massiccio raid israeliano. Le esplosioni hanno investito diversi serbatoi e aree strategiche degli impianti collegati al campo offshore South Pars, il più grande giacimento di gas naturale al mondo.
La reazione di Teheran è stata immediata e minacciosa: i Pasdaran hanno definito il raid un “crimine di guerra che non resterà impunito”, lanciando un avvertimento diretto ai paesi vicini: “Via dalle raffinerie in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi”. La condanna è giunta unanime anche da Doha e Abu Dhabi, che vedono nell’attacco al giacimento iraniano una minaccia esistenziale alla stabilità energetica mondiale.
Sul fronte politico-militare, Israele prosegue la sua campagna di eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani e del comandante dei Basij Gholamreza Soleimani, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato ufficialmente l’uccisione di Esmail Khatib, Ministro dell’Intelligence iraniano. Un colpo durissimo che priva la Repubblica Islamica del suo principale apparato di sicurezza interna in un momento di estrema vulnerabilità.
Mentre i bombardamenti infuriano, l’Iran ha eseguito all’alba la condanna a morte di Kourosh Keyvani, cittadino svedese arrestato nel giugno 2025. Secondo il portale Mizan Online, Keyvani è stato messo a morte con l’accusa di “spionaggio a favore del regime sionista” per attività risalenti alla cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”.
La Ministra degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, ha espresso profondo sgomento: “La pena di morte è una punizione disumana, crudele e irreversibile. I nostri pensieri vanno ai familiari in Svezia e in Iran”. Stoccolma ha immediatamente convocato l’ambasciatore iraniano per una protesta formale.
Resta altissima la preoccupazione per un altro cittadino iraniano-svedese, Ahmadreza Djalali, anch’egli condannato a morte. Il ministero degli Esteri svedese continua a chiedere il suo immediato rilascio per motivi umanitari.
La sua vicenda viene molto seguita anche in Italia, in particolare con una campagna per la sua liberazione promossa da Amnesty International e che vede impegnata anche l’Università del Piemonte Orientale di Novara, dove Djalali ha vissuto e insegnato per tre anni.