TEHERAN - Mentre la repressione in Iran raggiunge livelli di violenza senza precedenti, emerge un nuovo, macabro capitolo nella gestione delle vittime da parte del regime. Secondo un’inchiesta della Bbc, basata su testimonianze dirette dei familiari, le autorità di Teheran starebbero chiedendo ingenti somme di denaro - fino a 7.000 dollari - per restituire i corpi dei manifestanti uccisi e permetterne la sepoltura. 
 
Quello che appare a tutti gli effetti come un ricatto economico colpisce le fasce più povere della popolazione. In un caso emblematico, la famiglia di un operaio curdo non è riuscita a recuperare la salma del proprio caro per l’impossibilità di pagare la cifra richiesta.  
 
In alcuni obitori, come il Behesht-e Zahra di Teheran, i funzionari avrebbero proposto un’alternativa cinica: la restituzione gratuita del corpo in cambio di una dichiarazione falsa in cui si attesta che la vittima era un membro delle forze paramilitari pro-governative (Basij) ucciso dai manifestanti. Alcuni medici e personale ospedaliero, in un atto di ribellione silenziosa, hanno tentato di avvisare le famiglie affinché prelevassero i corpi prima dell’arrivo delle forze di sicurezza. 
 
A rendere ancora più difficile la documentazione di questi abusi è il blackout di Internet, che il gruppo di monitoraggio NetBlocks definisce ormai più grave di quello del 2019. Secondo quanto riferito dalla portavoce del governo Fatemeh Mohajerani, il blocco dei servizi online internazionali rimarrà in vigore almeno fino al Capodanno iraniano (Nowruz), il prossimo 20 marzo. 
 
La comunità internazionale sta reagendo con una miscela di condanne formali e misure di sicurezza d’emergenza. Il portavoce della Commissione Europea, Anouar El Anouni, ha chiesto lo stop immediato alle esecuzioni (che nel 2025 hanno superato quota 1.000) e ha ribadito il sostegno alle aspirazioni di libertà del popolo iraniano. Sebbene Bruxelles precisi che il “cambio di regime” non è una politica ufficiale dell’Ue, nuove sanzioni sono state già varate contro entità e funzionari responsabili della repressione. 
 
In una mossa drastica, la Nuova Zelanda ha annunciato la chiusura temporanea della propria ambasciata a Teheran ed evacuato il personale diplomatico con voli commerciali, trasferendo le operazioni ad Ankara a causa del “deterioramento della sicurezza”. L’ambasciata turca in Iran ha emesso un avviso di massima allerta per i propri cittadini nel Paese, invitandoli alla vigilanza e a limitare gli spostamenti. 
 
Il clima si è surriscaldato anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la Cina, attraverso l’incaricato d’affari Sun Lei, ha rivolto un duro monito agli Stati Uniti, invitandoli ad abbandonare la “fissazione” di un attacco militare contro l’Iran. 
 
“Qualsiasi azione militare spingerebbe la regione verso un precipizio”, ha dichiarato Sun Lei, sottolineando come Pechino consideri l’integrità territoriale iraniana cruciale per gli approvvigionamenti energetici globali. La posizione cinese riflette il timore che un intervento statunitense, già ventilato da Trump in risposta alle “uccisioni di massa”, possa destabilizzare l’intero Medio Oriente.