TEHERAN - La successione ad Ali Khamenei è diventata un groviglio di incognite geopolitiche e scontri di potere interni. Mentre l’Iran è immerso in un conflitto aperto con Stati Uniti e Israele, il processo per la nomina della nuova Guida Suprema oscilla tra voci di una svolta dinastica e la realtà di un sistema che sta cambiando sotto il peso dei raid. 

Secondo funzionari citati dal New York Times, la nomina di Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida Suprema, sarebbe dovuta diventare ufficiale questa mattina. Tuttavia, l’annuncio è slittato: il timore è che ufficializzare il nome esporrebbe immediatamente il successore a quegli attacchi mirati che hanno eliminato il padre pochi giorni fa. 

L’ipotesi Mojtaba resta però fragile per diversi motivi, a partire dalla mancanza di conferme ufficiali: nessuna fonte interna ha infatti validato l’opzione dinastica, che non ha precedenti nella Repubblica Islamica e rischierebbe di spezzare i delicati equilibri con il clero conservatore.  

Si aggiunge poi un’incertezza legata alle sue condizioni fisiche, poiché Mojtaba è rimasto coinvolto nel bombardamento costato la vita al padre e alcune fonti lo indicano come gravemente ferito, rendendo dubbia la sua effettiva capacità di comando. Restano inoltre in campo nomi alternativi come l’ex presidente moderato Hassan Rohani, Hassan Khomeini, nipote del primo Ayatollah, e Ali Khomeini, quest’ultimo accreditato di un discreto consenso trasversale. 

Il bombardamento della sede dell’Assemblea degli Esperti a Qom, avvenuto probabilmente durante uno scrutinio virtuale, lascia presagire ritardi significativi. Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, ha spiegato in un’intervista all’AGI che nominare un leader ora significherebbe “offrire un bersaglio chiaro al nemico”. 

Tuttavia, Pedde ha avvertito che la morte di Khamenei non ha causato il crollo definitivo del regime: “L’Iran non è una struttura monolitica, ma un sistema reticolare e stratificato. Anche con la perdita delle prime linee, il sistema è in grado di rigenerarsi rapidamente, dimostrando una capacità di resilienza superiore alle valutazioni di Washington e Tel Aviv”. 

In questa fase di transizione inedita, la gestione del Paese è divisa tra il Consiglio direttivo ad interim (il triumvirato istituzionale) e il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, guidato dal potente Ali Larijani. Quest’ultimo organismo, fortemente controllato dai Pasdaran (IRGC), funge da camera di compensazione per gli affari militari e politici. 

Secondo Pedde siamo di fronte alla consacrazione definitiva dei Guardiani della Rivoluzione, poiché con la morte dei “padri rivoluzionari” il potere passa alla seconda generazione incarnata dall’IRGC, molto meno incline al pragmatismo o al negoziato. In questa fase i militari potrebbero spingere per mutare il ruolo della Guida, rafforzando la natura presidenziale delle istituzioni per esercitare un controllo più diretto. 

Nonostante i vertici politici siano stati decimati, la catena di comando e controllo dei Pasdaran resta intatta. Questo è il punto focale della crisi: se gli Stati Uniti puntano a una sollevazione popolare per rovesciare il regime, dovrebbero degradare drasticamente la forza dell’IRGC, l’unico apparato capace di gestire la repressione interna. “Senza decapitare questa capacità l’ipotesi di un crollo interno resta remota”, ha concluso Pedde.