WASHINGTON - Donald Trump, si trova davanti a un bivio strategico che potrebbe definire il suo secondo mandato: dopo aver ordinato il più imponente rafforzamento militare Usa nel Medio Oriente dai tempi della guerra in Iraq, la Casa Bianca sta valutando tre opzioni chirurgiche per rispondere all’escalation nucleare di Teheran.
Secondo le ultime analisi della Cnn e fonti dell’intelligence, Trump sta soppesando scenari dai rischi diametralmente opposti. La prima opzione riguarda la diplomazia coercitiva, che punta a sfruttare l’imponente presenza militare – inclusa la posizione della portaerei USS Gerald R. Ford a Creta e della USS Abraham Lincoln nel Golfo – per costringere l’Iran a un accordo senza l’uso delle armi.
In alternativa, si valuta la possibilità di condurre raid mirati, denominati “Operazione Midnight Hammer”, consistenti in attacchi di precisione contro le infrastrutture nucleari e i centri di comando dei Pasdaran, per azzerare la capacità atomica ma evitando un conflitto totale.
L’opzione più radicale resta quella del cambio di regime, volta a decapitare la leadership della Repubblica Islamica, sebbene sia definita un’operazione ad alto rischio a causa, dell’assenza di un piano chiaro sulla successione politica.
Nonostante Trump ostenti sicurezza, i vertici del Pentagono invitano alla prudenza. Il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore congiunto, avrebbe avvertito il Presidente dei rischi di un conflitto prolungato e delle carenze di munizioni.
Trump ha risposto duramente su Truth Social, definendo queste ricostruzioni come fake news. “Ho letto che il generale Caine sarebbe contrario a un attacco. È falso al 100%. Il Generale sa solo una cosa: come vincere. Se deciderò per il livello militare, sarà qualcosa di facilmente vinto”.
Il tycoon ha poi ribadito la sua centralità decisionale: “Sono io a prendere la decisione finale. Preferirei un accordo, ma se non arriverà, sarà un giorno molto brutto per quel Paese”.
I dati satellitari esaminati dal Washington Post confermano che la mobilitazione è senza precedenti: oltre 150 velivoli sono stati ridislocati tra le basi in Europa (Regno Unito, Spagna) e Medio Oriente (Giordania e Qatar). Solo lunedì, decine di aerei cisterna e cargo C-17 sono atterrati all’aeroporto Ben Gurion, in Israele.
Secondo l’intelligence israeliana, gli Usa avrebbero la capacità di sostenere un’offensiva aerea “ad alta intensità” per circa 4-5 giorni, seguiti da una settimana di attacchi mirati.
Da parte sua, l’Iran non resta a guardare: i Guardiani della Rivoluzione hanno lanciato manovre su larga scala nel sud del Paese, testando droni suicidi e missili balistici nelle isole strategiche del Golfo Persico.
Il clima resta dunque tesissimo in vista del nuovo round di colloqui previsto per giovedì a Ginevra. Teheran, pur inviando una bozza di accordo tramite l’Oman, ha già fissato la sua linea rossa: non rinuncerà al diritto all’arricchimento dell’uranio, punto invece considerato inammissibile da Washington.