TEHERAN - Turchia, Egitto e Pakistan sono emersi come i perni di una frenetica iniziativa diplomatica volta a scongiurare l’allargamento del conflitto in Medio Oriente. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal (WSJ), l’obiettivo del “trio di mediatori” è organizzare un incontro diretto tra Stati Uniti e Iran entro le prossime 48 ore, cercando di anticipare la scadenza dell’ultimatum fissato per sabato dal presidente Usa Donald Trump.
Il tycoon ha lanciato un vero e proprio avvertimento finale: se non si giungerà a un tavolo negoziale, Washington darà il via a una nuova e massiccia ondata di attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
In questo scenario di estrema tensione, il primo ministro pakistano Shahbaz Sharif ha ribadito la disponibilità del suo Paese a ospitare colloqui “conclusivi”. Lunedì, Sharif ha avuto un colloquio telefonico con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, esprimendo solidarietà e invocando sforzi collettivi per la de-escalation.
Una figura chiave in questa mediazione è il capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Syed Asim Munir. Considerato un interlocutore affidabile sia da Washington che da Teheran, Munir sta agendo da ponte per la trasmissione di un complesso piano di pace statunitense in 15 punti, rivelato dal New York Times.
Il piano delineerebbe le pretese statunitense su tre fronti critici, ovvero il ridimensionamento del programma nucleare iraniano, l’imposizione di limitazioni severe al programma missilistico balistico e la richiesta di garanzie vincolanti sulla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz.
L’iniziativa di Islamabad ha incassato il pieno sostegno della Turchia. Nonostante il silenzio ufficiale del ministro degli Esteri Hakan Fidan, il sito Axios ha confermato che Ankara, Pakistan ed Egitto hanno scambiato messaggi cruciali tra le due superpotenze durante l’ultimo fine settimana.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha chiarito la posizione di Ankara con parole durissime durante una conferenza stampa: “La guerra così fortemente voluta da Israele la paga tutto il mondo. Con il protrarsi del conflitto emergono nuove complicazioni”, ha affermato Erdogan, citando la chiusura di Hormuz come un fattore di instabilità per l’economia globale.
Il leader turco ha inoltre puntato il dito contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ritenuto responsabile delle violenze, e ha esortato la comunità internazionale ad adottare una posizione “coraggiosa e proattiva”. Erdogan ha assicurato che la Turchia agirà con “saggezza” per restare fuori dal “cerchio di fuoco”, mettendo in guardia dal rischio che il conflitto si trasformi in una guerra di logoramento capace di far saltare gli equilibri regionali.
Le dichiarazioni dei mediatori giungono in un momento di estrema vulnerabilità per i mercati energetici. La pressione sulle rotte commerciali globali e l’incertezza sulle forniture petrolifere stanno spingendo Ankara, Il Cairo e Islamabad a premere sull’acceleratore della diplomazia, consapevoli che il superamento dell’ultimatum di Trump di sabato potrebbe segnare un punto di non ritorno per l’intera regione.