TEHERAN - Nel 26esimo giorno di conflitto, la tensione nel Golfo Persico raggiunge il punto di rottura. Mentre da Washington giungono segnali ambigui ma orientati a una chiusura rapida delle ostilità, Teheran alza la posta retorica e fortifica i propri avamposti strategici, trasformando l’isola di Kharg nel possibile epicentro di una nuova, violenta escalation.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha assicurato che i contatti con la Repubblica Islamica continuano e sono “produttivi”, riflettendo la volontà di Donald Trump di chiudere un conflitto non compreso dall’opinione pubblica statunitense. Tuttavia, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, smentisce con forza l’esistenza di un vero dialogo: “Lo scambio di messaggi attraverso paesi amici non si chiama negoziazione”.
Secondo indiscrezioni, la mediazione sarebbe affidata al Pakistan, che avrebbe recapitato a Teheran una proposta di pace Usa in 15 punti. L’Iran, pur non escludendo la via diplomatica, avrebbe giudicato “eccessive” le condizioni, rifiutandosi categoricamente di rinunciare al proprio programma missilistico.
In questo fronte di mediatori si muovono anche Qatar, Egitto e Turchia, nel tentativo di evitare uno scenario da incubo per l’economia mondiale.
Il vero nodo del conflitto si è spostato sull’isola di Kharg, hub vitale per l’export di greggio iraniano. Sebbene gli Usa abbiano già colpito l’isola il 13 marzo (distruggendo le difese ma risparmiando le infrastrutture energetiche) l’intelligence segnala ora i preparativi per una possibile invasione.
Il Pentagono avrebbe ordinato il dispiegamento di circa 2.500 soldati dell’82esima Divisione Aviotrasportata e di 2.200 Marines. Questi reparti, addestrati per operazioni anfibie e aviolanciate, rappresentano un preludio a un’azione mirata per occupare l’isola e acquisire una carta decisiva al tavolo delle trattative.
Ma Teheran non è rimasta a guardare, alzando le difese e trasformando Kharg in una fortezza. Fonti Cnn rivelano il posizionamento di mine antiuomo, anticarro e “trappole” lungo le coste, oltre allo spiegamento di sistemi missilistici antiaerei portatili (Manpads). Il presidente del Parlamento, Mohammad Ghalibaf, ha avvertito che un’occupazione dell’isola scatenerebbe attacchi implacabili contro le infrastrutture di tutti gli stati regionali che sosterranno l’azione statunitense.
La strategia attuale di Trump oscilla tra la minaccia di “scatenare l’inferno” e l’ottimismo su una pace imminente. Secondo la Casa Bianca, l’operazione militare è in anticipo di 20 giorni sulla tabella di marcia, avendo già distrutto due terzi degli impianti di droni e missili iraniani.
Trump ha suggerito che Teheran voglia l’accordo ma tema ripercussioni interne: “Vogliono un accordo ma non lo dicono, temono di essere uccisi”. Il presidente ha persino posticipato il suo viaggio in Cina a maggio e diserterà la conferenza conservatrice Cpac per dare priorità alla guerra. Molti analisti indicano sabato come possibile “Giorno X” per l’annuncio di una tregua di un mese.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, temendo che una tregua possa scattare già nel fine settimana, avrebbe ordinato alle proprie forze armate di massimizzare i danni alle industrie militari iraniane nelle prossime 48 ore. Mentre Israele rivendica l’eliminazione del capo della Marina dei Pasdaran e attacchi a Teheran e Isfahan, il Pentagono mantiene aperte tutte le opzioni con l’invio di paracadutisti supplementari.
Il conflitto continua a pesare sulle rotte commerciali. Con lo Stretto di Hormuz parzialmente bloccato, l’Iran minaccia di mobilitare gli Houthi per chiudere anche lo stretto di Bab el-Mandeb. Se la mossa dovesse concretizzarsi, il collegamento tra l’Oceano Indiano e il Canale di Suez verrebbe interrotto, paralizzando le forniture globali di idrocarburi e fertilizzanti.