TEL AVIV - A tre anni dal devastante attacco di Hamas, la data del 7 ottobre continua a gravare come una cappa sull’intero Israele.

Il Paese si avvia a esprimersi nelle urne per la prima volta da quando centinaia di miliziani delle forze Nukhba sciamarono all’alba oltre il confine, uccidendo più di 1.200 persone e sequestrandone 251 condotte a Gaza. Un incubo collettivo conclusosi solo un anno fa con la liberazione degli ultimi 20 ostaggi ancora in vita, e che oggi riapre ferite profonde: dalla sicurezza al dolore, fino all’incredulità per la vulnerabilità delle forze armate e alle accuse rivolte ai vertici politici per non aver tratto in salvo i rapiti in tempi più rapidi. 

A surriscaldare l’aspra campagna elettorale in vista del voto del 27 ottobre sono le recenti inchieste giornalistiche sui mancati avvertimenti prima del massacro.

All’inizio dello scorso settembre, i giornalisti del quotidiano Haaretz, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, hanno rivelato che circa dieci giorni prima dell’attacco del 2023 il premier Benjamin Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente dal presidente emiratino Mohammed bin Zayed (durante un colloquio telefonico di 45 minuti) dell’imminente grande offensiva pianificata dal leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar.  

Secondo il quotidiano, il primo ministro non avrebbe informato i vertici della sicurezza né intrapreso alcuna azione, rassicurando al contrario l’interlocutore sulla prontezza del Paese e dicendosi convinto che eventuali minacce sminate sarebbero arrivate dalla Cisgiordania e non dall’enclave palestinese. 

Pochi giorni dopo, la medesima ricostruzione è stata ripresa dal New York Times, mentre The Atlantic ha riferito che il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, si era recato in Israele undici giorni prima dell’attacco avvertendo che “Gaza vi esploderà in faccia”. Anche il Wall Street Journal ha denunciato che il Cairo avrebbe allertato Israele almeno tre volte prima del 7 ottobre. 

A sostegno della tesi dell’allerta inascoltata si è espresso pure l’ex ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese Sufian Abu Zaida, esponente di Fatah vicino a Mohammed Dahlan.

In un’intervista, Abu Zaida ha confermato di aver fatto personalmente da mediatore per trasmettere allo Shin Bet, nel settembre 2023, il messaggio di Sinwar su un imminente “terremoto” pianificato contro lo Stato ebraico. Sebbene indiscrezioni su avvertimenti egiziani fossero già circolate in passato, la loro riemersione alla vigilia del terzo anniversario e delle elezioni ha assunto una portata politica dirompente. 

La replica di Netanyahu e del suo partito, il Likud, è stata di netta e totale chiusura: “Con l’avvicinarsi delle elezioni, assistiamo a una valanga di notizie false diffuse da giornalisti di sinistra assoldati, allo scopo di far cadere la destra e insediare un governo di sinistra e dei Fratelli Musulmani pronto a cedere su tutti i fronti”. 

L’ufficio del primo ministro ha negato qualsiasi incontro o telefonata con Kamel nei mesi antecedenti la strage, ribadendo che “nessun funzionario dell’intelligence israeliana ha trasmesso un simile avvertimento al primo ministro” e che “le falsità ripetute non diventano verità, nemmeno se reiterate all’infinito”. Puntando il dito contro “il quotidiano antisionista New York Times”, il Likud ha richiamato presunte smentite giunte dagli Emirati Arabi Uniti e ha ribadito l’inesistenza di tale conversazione, accusando i media di continuare a “diffondere la menzogna”. 

Dall’altra parte, di fronte al clamore suscitato, una fonte emiratina citata dal quotidiano locale The National non ha smentito esplicitamente la telefonata né bollato la notizia come falsa, precisando unicamente che “gli Emirati Arabi Uniti discutono di questioni di sicurezza con altri Paesi attraverso gli organi competenti e non trattano dettagli di questo tipo a livello di leader nazionali”.

Alla fine di settembre, intanto, la stampa israeliana ha riferito di una missione segreta ad Abu Dhabi del premier con la moglie Sara e il capo del Mossad per colloqui con MbZ sulle “relazioni bilaterali e sui modi per rafforzarle e svilupparle”, senza alcun accenno pubblico ai fatti del 7 ottobre. 

I mancati allarmi sull’attacco non sono i soli ad alimentare il dibattito. I giornalisti di Yedioth Ahronoth, Ronen Bergman e Yuval Rubovitz, sostengono che Netanyahu fosse stato ripetutamente avvertito, fin dal 2019, del flusso di fondi dal Qatar verso le Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas. 

Su entrambi i fronti, i leader dell’opposizione e del “blocco sionista” (tra cui Gadi Eisenkot, Avigdor Liberman, Naftali Bennett, Yair Lapid e Yair Golan) chiedono a gran voce l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale. Netanyahu continua tuttavia a opporsi, trincerandosi dietro la necessità di rinviare qualsiasi accertamento a guerra finita e ipotizzando eventualmente un’inchiesta di natura politica per evitare quelle che ritiene conclusioni “predeterminate”. 

Nonostante le pressioni affinché si assuma le proprie responsabilità assieme ai vertici della difesa, il premier mantiene ferma la sua linea geopolitica. Lunedì 5 ottobre, durante la cerimonia pubblica al cimitero del Monte Herzl in memoria dei soldati caduti, Netanyahu ha ribadito che “non ci sarà un governo di Hamas a Gaza” e che “chiunque sia stato coinvolto nell’attacco contro di noi, chiunque abbia tenuto in ostaggio la nostra gente, ha i giorni contati”.  

Relativamente al fronte nord, il primo ministro ha garantito che l’Idf (Forze di difesa israeliane) proseguirà gli attacchi contro Hezbollah in Libano creando “un’opportunità di pace con un Paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione desidera la pace con noi”, assicurando infine che “non permetterà all’Iran di minacciare l’esistenza” dello Stato ebraico. 

Tuttavia, la spaccatura nel Paese è riemersa drammaticamente durante la seconda cerimonia dedicata alle vittime civili, quando un uomo si è alzato interrompendo il discorso del premier per urlargli contro: “Non hai protetto mio figlio il 7 ottobre. Non hai protetto le 1.200 persone assassinate in un solo giorno, il 7 ottobre. Vergogna!“. 

Sullo sfondo delle vicende politiche restano i dati sconvolgenti sull’impatto psicologico del conflitto forniti alla vigilia del triennio dall’organizzazione no-profit Eran. Quasi un milione di persone si è rivolto alla loro linea di assistenza dal 7 ottobre 2023 a oggi; tra gli adolescenti e i giovani fino ai 24 anni le richieste di aiuto legate a pensieri o intenzioni suicide sono aumentate vertiginosamente. L’associazione ha inoltre registrato oltre 160.000 chiamate giunte da soldati in servizio attivo e riservisti, dei quali il 60% è composto da uomini.