TEL AVIV - Dopo il completamento dello spoglio dei voti delle elezioni legislative in Israele, il blocco di destra del premier Benjamin Netanyahu è fermo a 52 seggi, senza maggioranza.

E non l’otterrebbe neppure se il partito nazionalista Yemina di Naftali Bennett decidesse di entrare nella coalizione con i suoi sette seggi: il totale sarebbe 59, due seggi in meno dei 61 necessari alla Knesset.

Lo sottolineano i media secondo cui, a ora, una possibilità aritmetica per la maggioranza è legata alla possibilità che Raam, il partito arabo scissionista di Mansour Abbas entrato alla Knesset con i suoi cinque seggi, entri nella coalizione o appoggi dall’esterno il blocco di destra del Premier, una possibilità che Abbas non aveva esclusa prima del voto. Il maggior partito del Paese resta comunque il Likud a cui sono attribuiti 30 seggi, a ora, seguito dal centrista Yair Lapid con 17.

La situazione, all’indomani delle quarte elezioni in due anni, resta quindi bloccata: il premier Benjamin Netanyahu non ha i numeri sufficienti, insieme agli alleati del suo blocco, per formare un governo.

Ma anche il campo avverso non raggiunge la maggioranza di 61 seggi, il che aprirà la strada a serrati negoziati e complicate e fantasiose alleanze.

Il blocco di Netanyahu può contare su 52 seggi, che diventerebbero 59 con il sostegno di Yamina del tecno-colono Naftali Bennett; dall’altra parte, il campo anti-Bibi - che va dalla destra nazionalista di Gideon Sa’ar e Avigdor Lieberman ai centristi di Yair Lapid e Blu e Bianco di Benny Gantz, fino alla sinistra dei laburisti e Meretz, compresa anche la Lista Unita araba - ne totalizza 56. Resta escluso il partito islamista conservatore di Mansour Abbas, potenziale ago della bilancia: il suo aiuto potrebbe diventare fondamentale per raggiungere l’agognata quota di 61 seggi e formare una maggioranza di governo.

Il leader di Ra’am finora si è rifiutato di escludere qualsiasi possibilità, compresa quella di sedere al governo con Netanyahu.
“Sono pronto a negoziare con tutti, con chiunque abbia interesse a formare un governo e si veda come il futuro primo ministro – ha commentato – non sono in mano” [di nessuno dei due blocchi]”. “Se c’è un’offerta, ne parleremo”, ha concluso.

Finora il tradizionale tabù nei confronti di un partito arabo al governo, o anche solo di un appoggio esterno, è stato troppo forte da abbattere. Pur essendo il 20% della popolazione, nessuno ha mai voluto fare una coalizione con gli arabo-israeliani, nonostante i seggi che detengono alla Knesset - e ancor di più il loro ostruzionismo - siano teoricamente importanti per formare il governo. C’è stata una sola eccezione negli anni ‘90, quando Yitzhak Rabin arrivò al potere grazie al blocco ostruzionista dei partiti arabi, in una collaborazione che permise di far passare gli accordi di Oslo con i palestinesi. Ma la situazione odierna potrebbe spingere a forme inedite di cooperazione.

Un’eventualità indirettamente sostenuta dal deputato ultra-ortodosso dello Shas, Moshe Abutbul: “Non ci siederemo al governo con nessuno che sostiene il terrorismo, ma abbiamo molte collaborazioni con deputati arabi”, ha riferito in un’intervista. Poco dopo è partito l’ordine di scuderia dal partito di non intervenire pubblicamente in merito.

Stessa indicazione è stata diffusa all’interno del Likud, dopo che l’ipotesi ha cominciato a circolare, scatenando una ridda di reazioni contrastanti. Da chi ha opposto un netto “assolutamente no”, come il deputato Shlomo Karhi, alla posizione più realista del collega Tzachi Hanegbi, convinto che “nell’attuale situazione, Mansour Abbas è una potenziale possibilità” per una futura coalizione, “migliore che tornare al voto una quinta volta”.

Della stessa idea è il capogruppo del Likud in Parlamento, Miki Zohar, convinto che sia debba “fare qualsiasi cosa per impedire il ritorno alle urne”.