TEL AVIV - Con le elezioni parlamentari in Israele segnate da un’affluenza storica, nessuno dei due blocchi principali, quello del premier uscente Benjamin Netanyahu e quello guidato dall’ex capo delle Forze di difesa israeliane (Idf) Gadi Eisenkot, ha ottenuto la maggioranza dei 61 seggi necessari per governare la Knesset.

Senza l’apporto o il sostegno delle due liste arabe, che hanno raggiunto un peso politico senza precedenti, né la destra né l’opposizione dispongono dei numeri sufficienti per comporre una coalizione. Di fronte a questo stallo, l’analisi del quotidiano Haaretz individua tre possibili scenari per il futuro politico del Paese. 

Il primo sarebbe la formazione di un governo di minoranza, che rappresenta però, l’ipotesi meno probabile. I risultati parziali mostrano infatti il blocco di Eisenkot in svantaggio rispetto a quello di Netanyahu (escludendo dal conteggio i partiti arabi). 

Per concretizzarsi, questa opzione richiederebbe l’astensione della Lista Unita di Yousef Jabareen e il voto favorevole di almeno uno o più parlamentari del partito Ra’am di Mansour Abbas. Anche nell’ipotesi in cui lo spoglio definitivo dovesse sancire un pareggio tra i due schieramenti, le possibilità di dar vita a un esecutivo di minoranza restano estremamente esigue.

Leader dell’opposizione come Avigdor Lieberman (Yisrael Beiteinu) e Naftali Bennett (Insieme) si sono sempre dichiarati contrari a questa soluzione, pur senza pronunciarsi espressamente sull’argomento nelle ultime ore. 

Il secondo scenario prevedrebbe un governo di unità nazionale e la via principale per Benjamin Netanyahu per conservare la guida del Paese. Nel suo intervento della notte, il premier ha ringraziato i suoi “partner leali” e affermato che “la maggioranza sionista deve unirsi”. Gli analisti hanno interpretato le sue parole come un segnale rivolto ai suoi storici alleati di blocco (i leader di estrema destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, insieme ai partiti ultraortodossi Haredi) a dimostrazione della volontà di preservare l’alleanza. 

Ciononostante, Netanyahu si trova esposto a forti pressioni sia interne che internazionali. In patria, il presidente Isaac Herzog e vari attori politici spingono per l’inclusione del blocco di Eisenkot nel nuovo esecutivo; all’estero, diversi partner diplomatici manifestano preoccupazione per la nascita di un governo sbilanciato a destra.

Secondo fonti politiche citate da Haaretz, anche il presidente statunitense Donald Trump potrebbe esercitare la propria influenza per sollecitare una grande coalizione. 

Dal canto suo, il blocco di Eisenkot ha solide ragioni per rifiutare l’unità nazionale, evitando di legarsi alla figura di Netanyahu. Nell’opposizione prevale infatti il timore che, pur accettando l’ingresso nell’esecutivo, il premier uscente possa provocare la caduta del governo in qualsiasi momento. 

L’ultima ipotesi prevede il ritorno alle urne, e rimane la possibilità più concreta secondo la maggior parte degli esponenti politici, a dispetto dell’eccezionale affluenza registrata in questa consultazione. 

Netanyahu potrebbe scommettere su nuove elezioni puntando su un calo dell’affluenza, ipotizzando che la straordinaria mobilitazione degli elettori arabi non si ripeta e che i cittadini israeliani rientrati dall’estero per votare non facciano nuovamente ritorno. Nel breve termine, il premier uscente si concentrerà sul consolidamento del controllo della Knesset e sul mantenimento della carica di primo ministro ad interim.  

Qualora il blocco di Eisenkot decidesse di sostenere lo scioglimento del Parlamento, potrebbe tentare di sostituire Netanyahu e il presidente della Knesset prima del voto: un’operazione che richiederebbe però la cooperazione strutturale con i partiti arabi, fornendo a Netanyahu un ulteriore argomento politico da sfruttare in campagna elettorale.