Domenica scorsa, l’Istituto Italiano di Cultura di Sydney ha registrato il pienone: prenotazioni esaurite nel giro di poche ore, 180 le persone presenti. Non è stato un concerto, ma certamente non meno emozionante l’incontro dal vivo con Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini, arrivato in Australia per un mini tour che lo vedrà questa sera esibirsi al Lyric Theatre di Brisbane e domani, venerdì 6 marzo, al Womadelaide. 

A Sydney l’atmosfera è stata più raccolta, quasi intima, un dialogo di due ore sulla sua carriera, sulla genesi del nuovo progetto L’Arca di Lorè e sul disco nato a New York in soli sei giorni Niuiorcherubini.
Durante il dialogo-intervista con il direttore dell’Istituto, Marco Gioacchini, Jovanotti ha ricordato di essere stato a Sydney anni fa al termine di un lungo viaggio in Nuova Zelanda, attraversata interamente in bicicletta, ribadendo quanto per lui pedalare sia da sempre un gesto di libertà e una forma di meditazione personale. “Sydney è una città veramente bellissima, è sempre un gran piacere tornarci”, ha aggiunto.

Insieme al direttore, Jovanotti ha ripercorso gli inizi da DJ tra Cortona e il Cilento, l’incontro decisivo con Claudio Cecchetto, l’immagine colorata degli anni ‘80 costruita con l’idea di non sembrare un cantante melodico italiano ma qualcosa di “globale”, aperto, internazionale. “La coerenza è il cambiamento - ha affermato senza esitazioni -. Il rispetto per il pubblico consiste nel rispettare il mio istinto”.
All’inizio era innamorato del rap e dell’hip hop, che definisce “la prima vera musica urbana”, capace di influenzare non solo il suono ma la moda, l’arte e la cultura contemporanea. Poi, con il tempo, ha abbracciato anche altre forme: “La canzone rimane un mistero. Non c’è un metodo. C’è disciplina, lavoro, intuizione. Ma quando senti che funziona, è qualcosa di misterioso”. Parla dell’italiano come di un luogo in cui abitare: “Se mi chiedi dove abito, io abito nell’italiano”, rivendicando la scelta di scrivere nella propria lingua anche quando il mercato internazionale sembrava suggerire altro.

Ha ricordato l’esperienza di Sanremo, i momenti di calo e il rifiuto di una carriera televisiva quando sembrava che la musica fosse finita, la svolta degli anni ‘90 con una maggiore consapevolezza civile, fino a Il mio nome è mai più, scritta con Luciano Ligabue e Piero Pelù per Emergency. Ricorda gli ospedali costruiti con i fondi raccolti e anche le critiche ricevute: “Le intenzioni contano poco. Tu butti una nota fuori e non hai controllo su quello che succede”.

Il nuovo progetto L’Arca di Lorè nasce proprio da questa idea di movimento continuo: un viaggio tra culture diverse, un invito a non dare mai per scontato il proprio posto nel mondo e a guardarlo con la fiducia che la conoscenza reciproca possa generare speranza e pace. 
È in questo spirito che, in un momento di tensioni internazionali e senso di impotenza personale, decide di chiudersi in uno studio a New York: “Ero felice. Felice di stare nella cosa che amo di più: la musica”. Sei giorni intensi, musicisti contattati anche via Instagram, canzoni nate quasi di getto, inizialmente fuori da ogni piano contrattuale. Quando la casa discografica è perplessa, lui propone di pubblicarlo in autonomia; poi arriva il sì, e il pubblico risponde. 

All’Istituto di Cultura di Sydney, il momento più intenso dell’incontro è arrivato dal pubblico quando un italiano di seconda generazione ha raccontato di aver imparato l’italiano con le sue canzoni, di averle usate al matrimonio e poi come ninna nanna per i figli. “Sei la colonna sonora della nostra vita”, gli ha detto e Lorenzo si è commosso.

In chiusura, riprendendo un passaggio dell’intervista in cui, commentando il suo Spotify Wrapped, Jovanotti aveva sorriso dicendo “La mia età musicale è 71”, lo abbiamo provocato citando The Revolution Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron, cantante, poeta e musicista afroamericano degli anni ‘70. Da qui la domanda: cosa significa oggi essere rivoluzionari, in un mondo iper-social e costantemente esposto? La risposta è arrivata senza esitazioni: “La libertà è rivoluzionaria”. 
In quella sala al quarto piano di York Street, davanti a 180 persone, quella ricerca non è sembrata uno slogan, ma qualcosa di concreto, presente, vivo.