Ci sono emozioni che non si esauriscono quando si spengono i microfoni. Interviste che non restano semplicemente parole registrate, ma diventano un battito che continua dentro, una scossa lieve e insieme potente, come un’onda di euforia che ci attraversa.

È una sensazione rara che ti resta addosso: l’adrenalina della connessione autentica, la felicità improvvisa di trovarsi davanti a qualcuno che non recita, che non si protegge, che si apre con la naturalezza di chi ha fatto della comunicazione una forma di verità.

Perché la sintonia, quella vera, non è materia poi così scontata. Non capita ogni giorno di incontrare quella libertà nel parlare, quella fiducia immediata, quell’inspiegabile armonia che nasce tra gli esseri umani quando si riconoscono. E allora sì: “Se lo senti, lo sai”. Come canta Jovanotti in uno dei suoi brani più belli.

Ed è proprio con questa sensazione addosso che abbiamo avuto il privilegio di ospitare Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ai microfoni di Rete Italia e Il Globo TV: un dialogo più che un’intervista per un lancio promozionale.

Nel panorama internazionale troviamo tanti artisti che attraversano la musica, altri che si lasciano attraversare, e altri ancora che la abitano come fosse un unico immenso continente tutto da esplorare. Jovanotti appartiene senza dubbio a questa ultima categoria: un esploratore instancabile, un viaggiatore con l’anima pronta a respirare sempre aria nuova, un artista che non ha mai smesso di cercare.

Lo abbiamo intervistato in vista delle sue attesissime date australiane: Brisbane, il 5 marzo al Lyric Theatre del Queensland Performing Arts Centre, e Adelaide il giorno dopo, nell’ambito del WOMAD Festival, uno degli appuntamenti più prestigiosi dedicati alla musica che non conosce confini.

E già dalle prime battute, lui dalla sua casa di Cortona, Benedetta Ferrara e il sottoscritto dagli studi di Rete Italia, l’atmosfera è quella di una conversazione vera, sincera, piena di racconti e sorrisi. Jovanotti ci racconta che proprio in questi giorni è nata una sua nipotina, che è stata chiamata Adelaide. Una dolce coincidenza, quasi un segno.

Presto il discorso si apre, si allarga e si trasforma in quello che Jovanotti sa fare meglio: il racconto di un viaggio, metaforico ma assolutamente reale, nella musica fuori dagli schemi.

“Non conosco le zone di comfort, non è che non mi piacciono, è che non le conosco”, dice con naturalezza. Non è una posa, non è una frase fatta. È un modo di essere. Jovanotti spiega che la sua curiosità “è frutto di un limite: non essere nato come cantante ‘tradizionale’, ma come DJ, “con l’attitudine di cercare cose e mescolarle nella maniera più istintiva possibile”.

Musicista, cantautore, che non parte dalla voce, ma dallo sguardo. “La mia ricerca, come artista, non nasce da un talento vocale, ma da, uno sguardo, da un punto di vista rispetto alle cose”.

È questa attitudine che lo costringe, e, in fondo, come artista, lo salva, dal restare fermo. Appena una cosa è stata esplorata abbastanza, arriva il bisogno di ripartire. Di provare emozioni nuove.

“Mi considero più un turista che un viaggiatore, ma comunque uno che gira, uno che guarda e sente le cose sulla sua pelle”. E la musica, per lui, in fondo, è sempre stata questo: un movimento continuo.

Jovanotti nella sua abitazione di Cortona, durante l’intervista con Marco Patavino e Benedetta Ferrara dagli studi di Rete Italia

Il suo ultimo disco Niuiorcherubini (Brooklyin Studio, Jova Session 25) nasce quasi per caso.

“Ero andato a New York per registrare delle idee, ma non era previsto che diventassero un album, volevo scrivere delle canzoni, sono andato con questo proposito, a volte scrivo in jam session, mi circondo di due/tre musicisti e, partendo sempre dai testi, adatto i testi alla musica che mi gira intorno. Mentre ero lì – aggiunge –, sentivo che invece stava nascendo qualcosa che aveva già una veste definitiva, con una forte identità che mi piaceva molto. Mi sentivo un po’ sopraffatto dalla musica digitale, musica fatta con i software, con l’intelligenza artificiale e quindi mi sono gettato in un calderone primordiale, quello della musica suonata, di quella con i musicisti che suonano”.

Quel qualcosa è successo davvero, un ritorno alle “mani su uno strumento vero”, al respiro collettivo di una stanza piena di suono, analogico, puro, reale. Un disco nato senza pretese, tanto che “addirittura Universal (la major discografica a cui il cantante è legato da tempo, ndr) quando l’ha sentito non voleva pubblicarlo”, racconta con ironia.

Ma lui, a quel disco, credeva davvero, tanto da rilanciare: “Gli ho detto: lo pubblico io”, e dopo quell’affermazione, i discografici si sono convinti, accettando di pubblicarlo.

Nell’intervista entra inevitabilmente anche il clima che respiriamo nel tempo presente, con un passaggio che spiega perché New York, e il disco, siano stati, anche, una fuga emotiva. “Stavo vivendo, come moltissimi immagino, una sensazione di sconforto e di impotenza di fronte a questo a questo momento che stiamo passando tutti, una recrudescenza di guerre, di violenza legata alla forza delle armi, questa cosa mi impauriva, mi impaurisce e mi fa sentire impotente rispetto proprio al mio ruolo di cittadino”.

E qui arriva il nodo: cosa può fare un artista quando la pressione dell’opinione pubblica chiede una parola, una ‘dichiarazione’? La risposta di Jovanotti, da uomo e da artista, è nata, intanto, da una domanda “Cosa posso fare io, mi sono chiesto, e ho pensato di ripiegare sulla cosa che amo fare, che è la musica. Attraverso la musica posso regalare delle emozioni, posso anche elaborare preoccupazioni e dispiaceri e trasformare sensazioni negative in energia vitale”.

All’impotenza si reagisce con l’azione: “Il mio lavoro è costruire canzoni che diano speranza, che facciano sentire vivi”, afferma Jovanotti.

È una visione ‘civica’ della musica, ma senza indulgere troppo nella retorica: “La mia risposta è ingenua, ma determinata: continuare a credere nella vita, investire nelle emozioni, nella speranza, anche nella speranza che la musica possa avere un ruolo piccolo ma determinante nel far sentire le persone unite”.

Emozioni e speranza nella musica che non hanno uno schema ben preciso, neanche nella versione dal vivo, perché se c’è un filo che, nella idea artistica e musicale di Jovanotti tiene insieme stadi e teatri, immense spiagge e palazzetti con migliaia di spettatori e jam session improvvisate con musica suonata in piccoli club, è l’idea di comunicazione e condivisione. “Per me non c’è molta differenza nel mio approccio. Cerco sempre una connessione con chi ho davanti: in un bar, in uno stadio, perfino in una corsia d’ospedale”.

“La mia carriera è una carriera molto fortunata, ho appena finito un tour con più di seicentomila persone (PalaJova, il tour nei palazzetti italiani che, nel 2025, ha visto il ritorno di Jovanotti ai concerti dopo la straordinaria esperienza del Jova Beach Party, ndr), quindi devo dire che mi sento sollevato, incuriosito e felice di venire a suonare per piccoli gruppi, non so quanti ne troverò a Brisbane, non so quante persone che verranno al Womad ad Adelaide già mi conoscono, ma tutto questo è estremamente stimolante per me, un modo di tornare indietro in una dimensione più raccolta”.

Per spiegarlo meglio, questo suo approccio alla dimensione live, Jovanotti racconta un aneddoto con Pino Daniele.

“Negli ultimi anni della sua vita [Pino] vedeva pochissimo, era quasi del tutto cieco”. Una sera al San Paolo di Napoli, davanti a cinquantamila persone, Jovanotti gli disse: “Pino, stasera ci sono cinquantamila persone”. E Pino Daniele rispose: “Lorè, se sto davanti a cinquanta o cinquantamila non cambia niente. Io non le vedo”.

Fa sorridere, ma per Jovanotti è anche una puntuale sintesi, una chiara definizione del mestiere: “Un musicista suona per un’entità immateriale, fatta da una persona, da quello che hai davanti, che può essere uno o può essere un milione, ma non c’è nessuna differenza. La musica è una preghiera in fondo, no? E quando tu preghi sei da solo di fronte all’immenso”.

L’orizzonte culturale resta comunque sempre quello delle contaminazioni. Suonare al WOMAD di Adelaide lo rende orgoglioso, dice, e lo riporta all’idea di “musica del mondo” degli anni Novanta, quando Peter Gabriel e la Real World erano un faro. Ma oggi la definizione gli sembra superata: “Oggi esiste la musica. Quella dominante anglofona non ha più senso: la maggior parte delle classifiche parla lingue locali”. E vede in questo “un aspetto positivo della globalizzazione”.

Jovanotti è un artista poliedrico, intellettuale ‘senza averne l’aria’ e non è un caso che anche in questa intervista, come in tante altre, ci siano citazioni letterarie, come quella di Borges, citato “rubando un’immagine di Borges che disse, ‘Sono più fiero dei libri che ho letto che di quelli che ho scritto’”. Jovanotti, non senza un pizzico di ironia, fa sua questa immagine: “Io sono più fiero della musica che ho ascoltato che di quella che ho registrato”. In effetti è ascoltatore vorace: dal rock argentino, alla musica che viene dal continente africano, dalla Turchia, dal mondo arabo, perfino quella iraniana pre-rivoluzione. “Il mio strumento principale sono le orecchie: quando una cosa mi piace, sento che qualcosa dentro di me si accende”.

Per il tour australiano Jovanotti arriverà con i suoi fidati compagni dall’Italia, “saremo in quattro”, ma con l’idea di aprire il palco a musicisti locali. Tra questi, Mirko Guerrini, sassofonista, polistrumentista, musicista italiano che vive da anni a Melbourne. La scaletta? Ci sarà il suo repertorio più noto, ma anche richieste e dediche da parte dei fan: “Sto chiedendo su Instagram: fatemi delle richieste, farò un po’ come le dediche nelle radio di una volta”. E poi spazio alle jam sessions: soul, funk, latin, cumbia: “Facciamo ballare la gente e poi passiamo ai lenti, come alle feste delle medie”. 

E forse è qui che sta il senso di queste due date australiane: non tanto la celebrazione di un nome, ma il riaccendersi e l’esaltazione di un legame profondamente umano che trova nella musica l’espressione più intensa di libertà. Canzoni come memoria privata e, insieme, rito collettivo dove sono tutti protagonisti. “È la musica che mi guida, e a me piace che la musica giri: nei bar, nelle macchine, alle feste e ai matrimoni”.