KABUL - È il giorno del dolore all’indomani del devastante raid notturno compiuto dal Pakistan contro l’Omid Center, un centro di riabilitazione per tossicodipendenti situato nell’area della ex base statunitense Phoenix, sulla strada che conduce a Jalalabad.
Il bilancio è agghiacciante: 400 morti e oltre 200 feriti. Il portavoce del ministero dell’Interno, Abdul Mateen Qani, ha confermato che molte salme sono già state trasferite nelle province d’origine, mentre nella capitale si scavano fosse comuni per chi è rimasto.
Le testimonianze dal campo descrivono uno scenario apocalittico. I giornalisti dell’Afp hanno assistito all’estrazione di almeno 95 corpi dalle macerie, ma i numeri reali sono molto più alti.
Jacopo Caridi, direttore per l’Afghanistan del Norwegian Refugee Council, ha riferito che i suoi team hanno trovato un intero complesso completamente bruciato: “La struttura ospitava circa 2.000 pazienti ed è stata pressoché rasa al suolo. Contare e identificare le vittime, spesso ridotte a resti parziali tra i detriti, è un’impresa titanica che in Europa richiederebbe sistemi forensi avanzati qui inesistenti”.
Il conflitto tra Islamabad e Kabul, esploso violentemente lo scorso ottobre, affonda le radici nelle accuse pakistane verso i Talebani (tornati al potere nell’agosto 2021) rei di fornire rifugio ai terroristi del TTP (Tehrik-e Taliban Pakistan). Mentre il ministro dell’Informazione pakistano, Attaullah Tarar, giustifica i raid come attacchi a “infrastrutture terroristiche”, il suo omologo afghano Amir Khan Muttaqi rivendica il diritto a “misure difensive proporzionate”.
Nel frattempo, la comunità internazionale appare paralizzata. Gli sforzi di mediazione dei Paesi del Golfo sono evaporati dopo l’inizio degli attacchi congiunti Usa-Israele contro l’Iran, che hanno dirottato l’attenzione globale.
Restano alla finestra la Cina, che ha nominato un inviato speciale per la de-escalation, e la Russia. Zamir Kabulov, rappresentante di Mosca, si è detto preoccupato e pronto a intervenire, ma solo se entrambi i contendenti lo richiederanno simultaneamente (una condizione che finora non si è verificata).
L’escalation, però, non uccide solo con le bombe: la chiusura dei confini e il blocco commerciale hanno fatto impennare i prezzi dei beni alimentari, rendendo drammatica la condizione sociale a pochi giorni dall’Eid, la festa che chiude il Ramadan. Alberto Cairo conferma che, sebbene il team di Nove sia al sicuro, l’allarme nella capitale è massimo.
Il bilancio totale dall’inizio delle ostilità dirette ha già superato i 76 civili uccisi e ha costretto 115.000 famiglie ad abbandonare le proprie case. In questo clima di terrore, l’appello finale di Nove Caring Humans è un grido disperato: “In nome di una popolazione stremata da anni di conflitto, chiediamo la cessazione immediata delle ostilità. Ai civili deve essere restituito almeno il diritto a non vivere sotto la minaccia costante della violenza”.