BELLUNO - A Cortina, in questi giorni in fermento per i preparativi olimpici, c’è, insieme alle numerose delegazioni, una presenza che racconta una storia di sport, identità e responsabilità.

Katya Crema, ex olimpica australiana di ski cross, è arrivata sulle Dolomiti con un ruolo chiave: quello di Deputy Chef de Mission della squadra chiamata a rappresentare l’Australia alle imminenti Olimpiadi Invernali in Italia. 

Un compito complesso il suo che, al fianco di Alisa Camplin - ex oro olimpico nello sci acrobatico e Chef de Mission -, sarà il punto di riferimento per tutti gli atleti dei cluster occidentali.

“Con sette luoghi di gara e cinque villaggi olimpici sarebbe impossibile per una sola persona seguire tutto” ha spiegato. L’obiettivo della sua presenza in Italia è di garantire agli atleti le migliori condizioni possibili, “una grande responsabilità, ed è bello poter restituire qualcosa allo sport”. 

E la volontà di mettersi a disposizione della comunità sportiva l’ha spinta a entrare nel Consiglio di amministrazione di Snow Australia come consigliera non esecutiva, con il ruolo di presidente del comitato atleti. Un impegno a cui si dedica in parallelo alla sua attività di imprenditrice, il che, come ha sottolineato, le offre “una prospettiva esterna”. 

Durante il giorno Katya Crema dirige, insieme al compagno Liam, Hip V. Hype, un’azienda di sviluppo e consulenza per progetti immobiliari sostenibili, l’ultimo dei quali a Brunswick.

E poi ci sono i loro due bambini, Elio e Massimo, di 3 e 5 anni, ai quali è già riuscita a trasmettere il suo amore per la montagna e lo sci. Una ruota che gira, in fondo, perché lo stesso era successo a lei, che ha scoperto la magia della neve con i genitori, Luciano e Monica, a loro volta accomunati dalla passione per lo sci, nonostante uno fosse veneto e l’altra siciliana.

“Passavamo i fine settimana sul monte Buller, e a 12 anni mi sono iscritta al club locale”, ha ricordato Crema, spiegando che il passo dall’agonismo al sogno di un’olimpiade è stato molto breve. “Ho lavorato duramente, sono entrata nella squadra nazionale, poi ho iniziato a gareggiare in Coppa del Mondo, che ha poi aperto la strada al resto”.

Gli inizi sono nello sci alpino, disciplina praticata fino ai vent’anni, quando è arrivato il passaggio allo ski cross, quasi per caso e a poco più di un anno di distanza dalle Olimpiadi. “È come il motocross o il BMX, ma sugli sci”, una disciplina spettacolare ed estrema, entrata nel programma olimpico nel 2010, dopo l’esordio dello snowboard cross a Torino 2006.

Un cambiamento che l’atleta desiderava, stanca dei lunghi mesi in solitaria durante i suoi frequenti viaggi all’estero. Quegli stessi viaggi che, d’altro canto, le hanno regalato la fortuna di trascorrere una stagione intera a casa di Piero Gross, leggenda dello sci italiano e medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1976 a Innsbruck, in Austria.

Il passaggio allo ski cross fa entrare Crema in una dimensione diversa, più sociale, come ha raccontato: “Uomini e donne viaggiano insieme, si gareggia in squadra e il clima era di condivisione, molto più divertente. È uno sport folle, selvaggio, ma affascinante”. Sebbene la base tecnica resti la stessa, lo ski cross prevede ostacoli e salti fino a 35 metri, con l’ulteriore difficoltà di scendere contemporaneamente ad altri tre avversari.

Controllo e sangue freddo non possono mancare e Katya Crema ha dalla sua parte anche una buona dose di determinazione. Le viene in mente un momento preciso, quasi una svolta, quando aveva 14 anni: “Dopo aver vinto i campionati nazionali australiani di sci alpino nello slalom gigante, gareggiando con atleti arrivati da tutta Australia - ricorda -, ho ricevuto un biglietto scritto a mano dal mio idolo, Zali Steggall - unica atleta australiana ad aver mai vinto una medaglia olimpica per lo sci alpino (ndr) - che diceva ‘Ci vediamo un giorno alle Olimpiadi’”.

Ricevere un messaggio del genere, da bambina e da un’atleta affermata che ammiri “è stato davvero fonte di grande ispirazione e mi ha fatto pensare: ecco, è questo quello che voglio fare”. Crema è stata capace di mantenere la promessa con sé stessa ottenendo la convocazione alle Olimpiadi, uno dei momenti più emozionanti della sua carriera.

Ha 21 anni quando viene chiamata a Vancouver, nel 2010, qualificandosi a sole tre settimane dalle Olimpiadi, “ero solo contenta di esserci”, ha ammesso, ricordando come tutta la sua famiglia avesse già prenotato i biglietti, l’alloggio e i voli per il Canada, “prima ancora che io conquistassi il posto”.

Nonostante la grande pressione che sentiva, la giovane età l’ha aiutata a conservare intatto l’entusiasmo per quella straordinaria opportunità e a godersi l’esperienza nel migliore dei modi.

Quattro anni dopo, a Sochi l’approccio è cambiato, anche perché, ha spiegato, “ero ormai un’atleta molto più affermata e matura: conoscevo me stessa ed ero lì con l’obiettivo di ottenere un grande risultato. Le Olimpiadi erano ancora una grande emozione, ma si è trattato di un’esperienza molto diversa. Credo di aver imparato a concentrarmi molto di più sulla gara, piuttosto che su tutto ciò che le ruota intorno. Mi sono piazzata al settimo posto, ottenendo uno dei migliori risultati della mia carriera e vivendo una gara straordinaria. Penso che sia stata una lezione davvero importante”.