TEHERAN – In occasione della festa di Eid al-Mab’ath, è riapparso in pubblico sabato per la prima volta dall’inizio della rivolta iraniana la Guida suprema Ali Khamenei, e lo ha fatto con un discorso durante il quale ha accusato in maniera diretta gli Stati Uniti. “Non stiamo portando il Paese in guerra – ha esordito –, non porteremo il Paese in guerra, ma non risparmieremo i criminali interni.
Ancora più dei criminali interni, non risparmieremo i criminali internazionali”. Nel corso del suo intervento, Khamenei ha aggiunto che “la nazione iraniana deve spezzare la schiena ai sediziosi. Lo stesso presidente degli Stati Uniti è parte della sedizione”, accusando poi Trump di avere incoraggiato i manifestanti scesi in piazza contro la sua leadership.
“Noi riteniamo il presidente americano responsabile per le vittime, i danni e le accuse contro la nazione iraniana”, ha concluso. Intanto il governo iraniano continua la sua repressione: secondo quanto riportato dal Guardian, che cita un rapporto di Filterwatch – un’organizzazione che monitora la censura di internet in Iran – sarebbe “in corso un piano confidenziale per trasformare l’accesso a internet internazionale in un ‘privilegio governativo’”.
Solo gli iraniani in possesso di autorizzazioni di sicurezza o che hanno superato i controlli governativi avrebbero accesso a una versione filtrata del web globale, mentre tutti gli altri avrebbero accesso solo al web nazionale: un internet domestico e parallelo, isolato dal resto del mondo. Il blocco di internet in corso in Iran è uno degli strumenti fondamentali di controllo e repressione delle proteste: cominciato l’8 gennaio, è uno dei più estesi mai registrati nel Paese.
Dalla Casa Bianca è arrivato il commento di Donald Trump, che ha affermato: “È ora di cercare una nuova leadership in Iran”. La Guida suprema, secondo la visione del presidente americano, sarebbe colpevole della “completa distruzione del Paese e dell’uso della violenza a livelli mai visti prima.
Per far funzionare il Paese, la leadership dovrebbe concentrarsi su governare in modo corretto, come faccio io negli Stati Uniti, e non sull’uccidere migliaia di persone per mantenere il controllo”, prima di sottolineare che “la leadership è una questione di rispetto, non di paura e morte”. Trump ha poi insistito, definendo Khamenei “un malato che dovrebbe governare il suo Paese correttamente e smettere di uccidere persone. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua scarsa leadership”.
Nel frattempo, il Dipartimento di Stato americano, in un post scritto in lingua farsi su X, ha reso noto di aver ricevuto “segnalazioni secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire basi americane”, avvertendo che “tutte le opzioni restano sul tavolo”. “Se il regime della Repubblica islamica attacca beni statunitensi”, Washington potrebbe ricorrere alla forza e conclude invitando a non “provocare il presidente Trump”.
La Casa Bianca avrebbe però assunto una posizione di cautela rispetto a un eventuale intervento militare in Iran, cedendo alle pressioni ricevute sia in patria che all’estero.
Molti dei consiglieri vicini a Trump avrebbero fatto notare i rischi di un raid e la mancanza di una potenza di fuoco adeguata per garantire la sicurezza delle truppe americane nell’area e proteggere Israele. Secondo una ricostruzione del Washington Post, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto avrebbero contattato la Casa Bianca chiedendo moderazione e il ricorso alla diplomazia. Il principale timore del tycoon, però, sarebbe la destabilizzazione del Medio Oriente.
Ma la tensione in Iran si fa sentire anche a livello interno, con le autorità che hanno puntato il dito contro la minoranza baha’i, accusandola di essere stata parte attiva durante l’ondata di proteste contro il governo. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, molti membri della comunità sarebbero stati arrestati e condannati per aver partecipato alle rivolte.
La comunità baha’i, la più grande minoranza religiosa non musulmana in Iran, è regolarmente presa di mira dalle autorità. La Repubblica islamica li considera eretici e “spie” legate a Israele, dove si trova la loro storica sede di Haifa.
Grazie a “misure operative e di intelligence è stata identificata una rete di 32 membri della setta di spie baha’i, attivi nelle rivolte e negli atti di vandalismo”, ha reso noto il ministero dell’Intelligence, citato da Tasnim. Dodici “agenti principali” sarebbero stati arrestati, mentre altri 13 convocati dalla polizia.