Tra le poche eredità positive lasciate dalla pandemia di Covid-19 ce n’è una che, forse più di altre, è entrata silenziosamente nella nostra quotidianità: la consegna a domicilio. Durante i mesi del lockdown, quando uscire di casa era difficile o addirittura vietato, il delivery è diventato una necessità. Oggi si è trasformato in un’abitudine e, in molti casi, in un vero e proprio servizio essenziale. Non parliamo più soltanto della pizza ordinata sul divano. Durante la pandemia abbiamo scoperto che poteva arrivare a casa praticamente di tutto: la spesa del supermercato, i farmaci, i pasti dei ristoranti, i prodotti per la casa, i vestiti, gli oggetti acquistati online e persino beni che prima consideravamo indispensabili soltanto in presenza. Il cambiamento ha coinvolto anche le attività commerciali. Negozi, ristoranti e piccoli esercizi che non avevano mai pensato alla consegna hanno dovuto reinventarsi rapidamente, organizzando ordini via telefono, siti web, app e servizi di corrieri.
Una trasformazione forzata che, per molti, ha rappresentato una possibilità di sopravvivenza durante i mesi più difficili e che successivamente è diventata una nuova opportunità di business. Il vero lascito del lockdown, però, non è soltanto tecnologico. È soprattutto culturale: abbiamo imparato a considerare normale ricevere a casa ciò che prima richiedeva uno spostamento. Questo ha reso alcuni servizi più accessibili anche a persone anziane, con difficoltà motorie o semplicemente impossibilitate a muoversi con facilità. Naturalmente il delivery non è privo di aspetti negativi: comporta costi aggiuntivi, maggiore utilizzo di imballaggi e, in alcuni casi, può incoraggiare consumi impulsivi. Ma sarebbe difficile negare quanto abbia semplificato la vita quotidiana. Il Covid ci ha costretti a cambiare molte abitudini. Tra quelle trasformazioni che siamo riusciti a conservare, il servizio a domicilio è forse una delle più concrete: una piccola comodità nata dall’emergenza che è diventata parte stabile della nostra vita.