Un cielo color ruggine, l’odore di legno bruciato e una scia di cenere che si posa sui pascoli come neve sporca: il Victoria ha aperto il 2026 con un conto salatissimo. Il 10 gennaio la premier Jacinta Allan ha dichiarato lo Stato di emergenza, chiamando la comunità a fare i conti con un’ondata di incendi boschivi che ha divorato vaste aree dell’entroterra e messo sotto pressione uomini, mezzi e infrastrutture.
Gli incendi, in Australia, non sono una novità: vegetazione naturalmente infiammabile, caldo secco e vento creano da sempre un terreno perfetto per roghi rapidi e aggressivi. Ma stavolta, raccontano autorità e Vigili del fuoco, la combinazione è stata micidiale. Tanto che il capo del Country Fire Authority, Jason Heffernan in un’intervista rilasciata al quotidiano The Guardian ha affermato che “si stava superando, in alcune aree dello Stato, la soglia registrata nel Black Saturday”. Un paragone che riaccende nella memoria i terribili incendi dell’‘Estate Nera’ australiana del 2019.
Tra i fronti più critici, quello di Longwood è diventato in pochi giorni un nome inciso nelle mappe e nelle cronache. L’incendio, ancora in corso, ha interessato un’area enorme: 132.400 ettari, secondo le comunicazioni dello State Control Centre. Sul posto sono stati impiegati oltre 630 operatori antincendio e più di 150 mezzi, in una corsa contro il tempo per contenere un fuoco descritto come “estremamente dinamico”, capace di cambiare direzione e correre su più fronti.
Il rogo, domato grazie anche all’intervento massiccio delle squadre a terra e dei mezzi di supporto, ha lambito alcune abitazioni ma senza nessun pericolo per le persone in diverse aree evacuate in tempo. Ma la portata dell’emergenza è stata tale da stravolgere la vita di intere comunità rurali, con fiamme anche nella zona di Merton, Yarck, Molesworth e Alexandra, dove il fronte di fuoco si è spostato verso sud-est trascinato dal vento e dalla vegetazione secca.
Al 15 gennaio, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani, l’incendio aveva già devastato 137.000 ettari nel Victoria centrale, distruggendo un centinaio di abitazioni e danneggiandone una decina, con ripercussioni pesanti su agricoltura e infrastrutture. Anche mete turistiche molto frequentate sono finite nella lista dei centri evacuati, insieme a decine di altri paesi.
In parallelo, le autorità stanno cercando adesso di chiarire le cause dell’incendio di Longwood. Un portavoce del Centro di Controllo Statale ha accennato, nella nostra intervista, a un “rimorchio di camion al centro delle indagini” come possibile origine del rogo; pista su cui sta lavorando la squadra Arsons and Explosives Squad della Victoria Police. Un’inchiesta complessa, spiegano, che richiederà tempo.
Dentro i numeri, però, ci sono storie che non vengono raccontate dalle sole statistiche. Come quella di Pietro Porcu, proprietario del ristorante italiano Da Noi e anima di una fattoria nell’area di Yarck, a circa 10 chilometri dal centro, nella zona di Gobur. È lui a raccontare l’evacuazione improvvisa: “C’erano gli avvisi: ‘Scappate adesso, altrimenti non riuscite neanche più a passare per la strada’. Non eravamo pronti. Abbiamo preso i cani, il gattino e siamo andati a Melbourne”.
Il fuoco, dice, non ha inghiottito subito la proprietà. “Avevamo i fuochi vicini, però non arrivavano da noi. Poi il vento ha girato e improvvisamente ci ha portato via tutto”. Quando la notizia è arrivata, non c’era più nulla da salvare: “Avevamo la casettina che purtroppo se n’è andata completamente. Se n’è andato tutto, così, in un attimo”. Capannoni, macchinari, trattore: “È sparito tutto”.
Eppure, in mezzo alla devastazione, Pietro parla anche di una fortuna inattesa: gli animali. “Siamo stati fortunatissimi nella disperazione del momento: li abbiamo trovati quasi tutti vivi”. Ma non senza perdite dolorose: “Abbiamo perso un piccolo maiale che non ce l’ha fatta a scappare. L’abbiamo trovato morto. È stata una cosa orribile da vedere”. Caprette, asinelli e gran parte del resto del bestiame sono sopravvissuti: “Non so come abbiano fatto… li abbiamo trovati tutti un po’ scioccati, però tutti qui”.
I danni, però, sono enormi e non riguardano solo ciò che si vede. “Facendo una stima grossolana, almeno un milione tra casa, capannoni e macchinari”, spiega. Poi ci sono i frutteti coltivati da trent’anni, l’orto, le recinzioni da rifare per chilometri. E un patrimonio silenzioso che vale una vita intera: “Coltivavo con dei semi che faccio io tutti gli anni. Quasi trent’anni di semenze… delle specie create da me. Abbiamo perso tutto, anche i semi”. Anche l’oliveto è stato colpito: “Magari si riprende, ma sicuramente per i prossimi anni non vedremo le olive. Abbiamo 250 alberi che ho piantato appena arrivato qui, venti, venticinque anni fa e sono diventati, come tutto il terreno, la mia gioia”.
Per Pietro, infatti, la fattoria non era solo un luogo di lavoro, ma un’estensione del ristorante: una filiera diretta dal campo alla cucina. “Per me è basilare. Se l’amore viene dato dall’inizio, dal seme, dalla piantina che porta la frutta e poi arriva al piatto, è un sapore diverso che offriamo ai nostri clienti”. Un modello oggi spezzato in poche ore. Eppure, la decisione è chiara: “Il ristorante deve stare aperto. Anche per aiutare a riportare tutto in piedi, a risollevarci. È un luogo storico”.
E storico lo è davvero: secondo i libri di storia di South Yarra, nel 1865 Ricciotti Garibaldi, figlio di Giuseppe – l’eroe dei due mondi –, avrebbe aperto un negozio proprio nel locale che oggi ospita Da Noi, e l’attuale cucina sarebbe stata la sua. Un’eredità preziosa, ma che oggi si scontra con un presente incerto.
Le difficoltà, in queste settimane, sono anche pratiche. Senza corrente e senza celle frigorifere, persino conservare le uova è diventato impossibile: “Le stiamo regalando nel paesino vicino, vengono distribuite a chi serve, perché non posso conservarle con questo caldo”. E il problema più urgente, ora, è nutrire gli animali: “I pascoli sono tutti distrutti. È tutto nero”.
A tenere insieme i pezzi, però, è la rete di solidarietà che in emergenza si muove senza clamore. “Ci stanno portando tantissimo aiuto: vicini, organizzazioni dei comuni limitrofi… grano, fieno, un po’ di tutto. Tutti aiutano tutti”, racconta. “C’è gente che ha perso la proprietà ed è lì ad aiutare gli altri. Un altruismo vero”.
Anche la comunità italiana e sarda si è mobilitata. La figlia di Pietro, Romey, ha attivato una raccolta fondi online attraverso i canali social del ristorante (su Instagram danoi95 o tramite il link danoi.dasautomat.com), mentre associazioni e gruppi stanno organizzando iniziative di supporto, tra cui un pranzo di beneficenza. “Senti la comunità dappertutto: qui e anche lontano, Melbourne, Sydney… amici che vogliono fare qualcosa per noi”, aggiunge Pietro con commozione.
Il vicepresidente del Circolo Sardo di Melbourne (SCA), Mauro Sanna, ha dato a questa ondata di solidarietà un nome preciso che richiama un’antica tradizione isolana: “In Sardegna esiste ‘Sa Paradura’. Quando un pastore subisce una grave perdita – per incendi, furti o calamità – l’intera comunità si mobilita: ogni famiglia dona un capo di bestiame. Non è elemosina, ma un gesto di fratellanza, un diritto e un dovere sociale”. Un concetto che oggi torna di stringente attualità nel Victoria, dove i recenti roghi hanno imposto evacuazioni, lasciato dietro di sé centinaia di strutture distrutte e migliaia di capi di bestiame perduti, oltre a un pesante impatto sulle aziende agricole e sulla salute mentale delle comunità colpite. In questo scenario, ‘Sa Paradura’ diventa un aiuto concreto per ripartire, un patto di unione e di equità che la comunità sarda in Australia sta mettendo in pratica per sostenere il conterraneo Pietro Porcu e la figlia Romey, travolti dall’incendio di Longwood.
Sul fronte dell’assistenza pubblica invece, è stato annunciato un fondo di supporto per le persone e aziende colpite di oltre 100 milioni di dollari. Per informazioni sul supporto disponibile è attiva l’Emergency Recovery Hotline (1800 560 760). Gli aggiornamenti su recovery hubs e centri informativi aperti sono consultabili sul sito di VicEmergency, che resta anche il punto di riferimento per le allerte e le comunicazioni ufficiali, insieme all’app VicEmergency per restare informati su incendi, alluvioni e tempeste.
In un Victoria che ancora brucia e si prepara a giorni difficili, Pietro prova a trasformare la sua perdita devastante in una spinta.
“Non disperarsi per ciò che si è perso – conclude il ristoratore –, ma farsi forza per ciò che deve venire. Il fuoco ci ha dato un foglio non bianco, ma grigio, dove noi possiamo ridisegnare assieme il nostro futuro”.