CANBERRA - La morte di Ali Khamenei ha provocato scene di esultanza tra molti iraniani residenti in Australia. 

Nelle ore successive agli attacchi, che secondo Washington e Tel Aviv mirano a favorire un cambio di regime, manifestazioni si sono svolte a Sydney, Melbourne e davanti all’ex ambasciata iraniana a Canberra.

Tra cori, bandiere e brindisi, diversi membri della comunità hanno parlato di “inizio della fine” per la Repubblica islamica. Nadeo Ranjear, presente a Canberra, ha definito la notizia “la più grande di sempre”, pur ammettendo che “non è ancora una vittoria totale”. “Il popolo iraniano rovescerà questo regime”, ha detto.

La legale e attivista per i diritti umani Sara Rafiee ha invitato la comunità internazionale a non fermarsi a metà strada. “Gli iraniani sono chiari: una riforma dall’interno non è un’opzione”, ha dichiarato. “Dopo 47 anni di repressione vogliono la fine completa del sistema e la possibilità di decidere il proprio futuro”. Rafiee ha avvertito del rischio che, in assenza di una pressione costante, gli stessi attori possano riorganizzarsi e ripresentarsi con un linguaggio più moderato.

Non sono mancate però voci critiche. Piccoli cortei contro la guerra si sono tenuti in alcune città, mentre il Jewish Council of Australia ha condannato il sostegno politico espresso dal primo ministro Anthony Albanese agli attacchi statunitensi. In una nota, l’organizzazione ha affermato che l’Australia non dovrebbe appoggiare “un’aggressione militare illegale che mette a rischio vite civili”, pur esprimendo solidarietà al popolo iraniano.

Le conseguenze si fanno sentire anche sul fronte dei trasporti. Il ceo dell’Australian Travel Industry Association, Dean Long, ha avvertito che i passeggeri in transito attraverso il Golfo devono aspettarsi ritardi e deviazioni “per il prossimo futuro”. Secondo le stime, oltre 200mila viaggiatori nel mondo risultano bloccati o in attesa della riprogrammazione dei voli.

Long ha invitato gli australiani a non cancellare autonomamente i biglietti, anche verso destinazioni ora sconsigliate, ma a lasciare la decisione alle compagnie aeree, per tutelare meglio i propri diritti.

La situazione resta fluida, con la diaspora iraniana divisa tra speranza di cambiamento e timori per un’escalation regionale dalle conseguenze imprevedibili.