Nessuno si vuole sbilanciare, ma un po’ di ottimismo è improvvisamente ritornato in casa liberale. Non è che Angus Taylor sia chissà quale ‘messia’ o che abbia mai avuto occasione di dimostrare di avere qualche particolare convinzione programmatica.
Anzi, curriculum politico piuttosto ‘leggero’ sia da ministro (durante le amministrazioni Turnbull e Morrison) che nei governi ombra di Peter Dutton e Sussan Ley: ha perso il ballottaggio per la leadership dopo le disastrose elezioni dello scorso maggio e non ha mai accettato fino in fondo il verdetto.
Niente di insolito in politica, ma insolito invece è stato il precipitare, così in fretta, della situazione in casa liberale che gli ha offerto una seconda chance dopo soli nove mesi: una discesa vertiginosa di consensi; il doppio divorzio dei nazionali; qualche gaffe di troppo di una leader che non ha mai dato l’impressione di crederci fino in fondo nel suo ruolo e nella sua autorità.
Un mix favorevole a chi non ha mai nascosto le sue ambizioni, ma che è stato probabilmente spinto all’azione prima del previsto da alcune circostanze e da un paio di strategie sbagliate.
La spaccatura bis di David Littleproud (a seguito di una scelta obbligata della leader liberale di ‘punire’ il mancato rispetto delle regole del fronte unito all’interno della Coalizione) con tanto di ultimatum o quasi, per rinsaldare i ponti, di scaricare Sussan Ley, ha lanciato un segnale abbastanza netto allo sfidante in attesa, che era venuto il momento di agire. E ha sicuramente accelerato i tempi dell’inevitabilità il tira e molla di un altro pretendente al titolo: Andrew Hastie prima si è dimesso dall’incarico nel governo ombra proprio ‘a causa della Ley’ (troppo poco coraggiosa, secondo l’ex militare, sul tema dell’immigrazione), poi si è dichiarato pronto ad alzare la mano per una possibile sfida, iniziando la conta.
Una mossa che ha costretto Taylor a uscire allo scoperto e a mostrare la sua mano: i numeri li aveva il secondo ed è iniziato il conto alla rovescia, accelerato dagli implacabili sondaggi che hanno catapultato One Nation al secondo posto, e con un distacco crescente nei confronti dei liberal-nazionali, nella classifica dei consensi virtuali.
Taylor, quindi, nuovo leader del partito, con uno dei più ampi margini mai registrati in una sfida interna: 34 a 17. Autorità senza se e senza ma, e l’ex portavoce ombra della Difesa ha mostrato di non voler perdere un minuto di tempo per consolidare il titolo conquistato, così in fretta, in un raro momento d’unità per un partito frammentato come mai nella sua storia: vittoria netta e libertà di scegliere la squadra senza troppi pericoli di mugugni e recriminazioni. Non è certo il momento di lamentarsi quando si è sull’orlo di un baratro.
Ley ha aiutato il tutto annunciando la sua uscita di scena totale: addio al Parlamento, con ‘regalino’ del test delle suppletive per il seggio di Farrer (ereditato, nel 2001, dall’ex leader dei nazionali Tim Fisher), difeso alle ultime elezioni con margine di vantaggio sceso al 6,2%. Rischi subito per il nuovo corso, ma anche opportunità di tastare il polso dell’elettorato dopo il cambiamento e l’inizio di un nuovo percorso che comincia - dopo quanto si è visto con la coreografia della presentazione della squadra ombra - con la necessità e volontà di ripristinare, per prima cosa, la credibilità economica del Partito liberale.
Per farlo Taylor ha scelto Jane Hume, Tim Wilson e Claire Chandler. Nel mirino Jim Chalmers, ritenuto uno dei punti deboli del solido governo Albanese. Squadra mista con due moderati e un conservatore (Chandler, la giovane senatrice della Tasmania, che però è anche la più qualificata, almeno sulla carta, in campo economico) che è un po’ il quadro delle scelte del nuovo leader che ha, ovviamente, cercato di premiare chi lo ha sostenuto nella corsa al vertice, ma non ha ‘punito’ chi stava dall’altra parte, ma ha i requisiti giusti per far bene.
Niente ‘esecuzioni’, niente ‘vendette’, un tentativo di equilibrio e meritocrazia, nei limiti che la politica di qualsiasi partito concede. Promosso quindi Wilson e conferma, alla Sanità, per Anne Ruston, entrambi sostenitori di Ley; ripescaggio invece per le emarginate, dalla precedente leader, Hume, Jacinta Nampijinpa Price e la senatrice Sarah Henderson.
Economia quindi al primo posto per l’ennesimo tentativo di ripartenza dei liberali (dopo gli esperimenti falliti di Peter Dutton e di Ley) con necessità, almeno per quanto riguarda Wilson, di prendere subito le distanze dal passato dato che, nel 2020, aveva apertamente sostenuto l’idea di un riforma sulla tassazione degli investimenti immobiliari, piuttosto simile a quella che è da sempre nel cassetto laburista e che Chalmers, trovando un po’ di coraggio in stile Bill Shorten (con circostanze molto più favorevoli, dato che non sarebbe una proposta elettorale), potrebbe tirar fuori già nel budget del prossimo maggio.
Passato con qualche problemino di troppo anche per Hume, che ha danneggiato non poco la già debole campagna di Dutton con le sue critiche all’opportunità di lavorare da casa. Taylor ha assicurato che è acqua passata e che le spiegazioni sono già state date e non è di certo il momento di guardare indietro.
Obiettivo Chalmers, costretto a respingere gli ‘attacchi’ dell’ex governatore della Banca centrale, Philip Lowe, sull’eccesso di spese federali che gettano benzina sull’inflazione e il costo della vita e i dati implacabili sui salari, in calo per la prima volta da settembre del 2023. La parola d’ordine è ‘riprendersi l’economia’, guidando il dibattito su come affrontare le varie difficoltà del momento legate al carovita, che i sondaggi continuano a indicare come priorità per l’australiano medio.
Il ‘problema’ immigrazione viene dopo, ma è un altro obiettivo a portata della squadra Taylor, dati gli umori popolari in merito a numeri, a chi entra nel Paese e a un multiculturalismo che è diventato un motivo di discussione soprattutto grazie alla superficialità con cui l’argomento viene affrontato, e non solo da Pauline Hanson, che la scorsa settimana ha confermato che, dopotutto, nulla è cambiato nel mondo in bianco e nero di One Nation.
Linea dura, quindi - perché i malumori di Hastie e nazionali vari, oltre alle grida e urla di Hanson & Co. non vanno ignorati -, ma senza eccessi e, soprattutto, prendendo le necessarie distanze da One Nation.
Taylor è stato abbastanza pronto a evitare, da subito, i connotati razziali del dibattito, che diventerà sempre più acceso quando si comincerà veramente a parlare di numeri e di qualche paletto da piantare per ciò che riguarda i criteri di metodo e valutazione delle domande d’ingresso nel Paese.
A guidare uno dei ministeri ombra più complicati, e pieni di rischi per ciò che riguarda credibilità e potenziali perdite di consensi, il senatore (della corrente di Taylor) Jonno Duniam.
Da non sottovalutare la scelta di Ted O’Brien come portavoce dell’opposizione per gli Affari Esteri (un punto extra di merito la sua conoscenza del mandarino): la tragedia di Bondi, con i suoi motivi, ha politicamente indebolito Penny Wong - date alcune sue note prese di posizione anti Israele -, ora alle prese, assieme al ministro degli Interni, Tony Burke, sulla questione ormai diventata incandescente delle ‘spose dell’Isis’ e del loro ritorno ‘non assistito’ in Australia.
Economia, immigrazione, sicurezza nazionale: sono primi passi, ma un approccio di intenzioni e direzione c’è. Molto di più di quello che c’è stato da gennaio 2025 quando, per un attimo, Dutton era sembrato addirittura competitivo, prima che il Paese scoprisse il bluff di un’agenda programmatica completamente vuota.
Un pizzico d’ottimismo per i liberali, ma anche la necessità di una buona dose di realismo. Ritrovare pace interna, unità d’intenti e credibilità come forza politica sarebbe già un grande risultato per Taylor, prima di poter pensare a un vero ritorno in corsa.
Per ora, insomma, siamo ancora alla fase della sopravvivenza, con un netto vantaggio rispetto a Ley: al nuovo leader sembra, infatti, che un po’ tutti siano disposti a concedere la tradizionale ‘luna di miele’.
Con la prima donna alla guida dei liberali non c’è stata invece alcuna apertura di credito né in ‘in famiglia’, né fuori: capacità e tempra subito messi alla prova per cercare di rilanciare un’opposizione impaurita, confusa e tutt’altro che compatta e convinta della sua scelta.