Da oltre mezzo secolo, sulla Lygon Street di Carlton, resiste ostinatamente un luogo che ha attraversato epoche, mode e rivoluzioni urbane senza mai perdere la propria identità. Donati’s Fine Meats non è mai stata soltanto una macelleria: è diventata un punto di riferimento, una piccola istituzione cittadina, un presidio di umanità dove il commercio si intreccia alla relazione e il saluto al cliente si trasforma in racconto quotidiano.
Entrare oggi da Donati’s significa immergersi in un’atmosfera che sembra sospesa nel tempo. Fiori freschi nei vasi, quadri di maiali e mucche alle pareti, una piccola libreria, la musica classica in sottofondo che accompagna il lavoro al banco. I macellai rifiniscono un filetto, legano un arrosto e intanto discutono di notizie, di cucina, di vita. A governare la scena, con camicia e cravatta sotto il grembiule bianco, c’è Leonardo Donati.
Leonardo colpisce per la compostezza dei gesti, per una gentilezza mai ostentata, per la dignità silenziosa con cui ha sempre esercitato il mestiere. Con la classica bustina copricapo bianca in testa, sembra più un signore d’altri tempi che un commerciante qualunque, e forse è proprio questo a rendere Donati’s un luogo fuori dall’ordinario.
Tuttavia, Donati ha deciso che è arrivato il momento di fermarsi: presto, per la prima volta dopo più di cinquant’anni, non sarà più lui a presiedere quel banco.
“Ho 77 anni, e se tutto andrà come previsto, la macelleria cambierà proprietà a fine mese”, asserisce il macellaio.
Il nome, però, resterà. Una scelta non casuale, ma Donati’s non è replicabile: è il frutto di un equilibrio raro tra mestiere, carattere e relazioni umane. “Siamo dispiaciuti ma allo stesso tempo molto contenti perché avrà più tempo per la sua famiglia”, ha detto James Spinks, capo chef e coproprietario del ristorante giapponese Ima che si serve da Donati’s fin dall’apertura. “È un’istituzione a Carlton, e ci ha aiutato moltissimo sin dagli inizi. Pensa che ancora prendiamo gli ordini direttamente con lui”.
La storia di questo luogo comincia ben prima del cognome Donati. La macelleria esiste dai primi dell’Ottocento e diventa macelleria italiana nel 1954, con la famiglia Bertocchi. È solo nel 1972 che prende il nome attuale, quando un giovane friulano di Codroipo, a una ventina di chilometri da Udine, decide di mettersi in proprio. Leonardo Donati ha soli 23 anni, alle spalle un apprendistato con i precedenti proprietari e davanti a sé una strada che non immagina diventerà la sua vita.
“Ho aperto pensando alla carne – racconta –, ma poi questo posto è diventato il mio tutto”. La clientela è varia, trasversale, fatta di abitanti storici del quartiere, ristoratori, curiosi. Tra quelle persone, Leonardo trova anche l’amore: sposa Vivienne, australiana, una delle sue clienti. Da quel momento la macelleria smette definitivamente di essere solo un lavoro.
Il segreto di una longevità così rara non sta solo nella qualità della materia prima. Sta nel rapporto con le persone. “Ti deve piacere il contatto umano”, dice Donati. “Instaurare relazioni è fondamentale”. Un concetto semplice, ma che negli anni ha fatto la differenza, soprattutto mentre attorno tutto cambiava. Quando Leonardo iniziò, nei tre isolati della Lygon Street c’erano nove macellerie. Oggi è rimasto solo lui. I grandi centri commerciali, le nuove abitudini di consumo, una trasformazione lenta ma inesorabile: cambiamenti necessari, spesso così graduali da non accorgersene.
Tra i ricordi più cari, uno spicca su tutti. È la Vigilia di Natale del 1984. Leonardo è in negozio, come sempre, sommerso dal lavoro. La moglie in dolce attesa lo chiama: sta per partorire. “Cerca di aspettare un pochino, devo sistemare qui e poi arrivo”, le risponde. Marcello nasce alle sei del mattino, dopo averlo aspettato tre ore, “preciso”, come dice lui. Da allora, per Marcello Donati, il compleanno coincide con i turni più massacranti dell’anno, tra prosciutti e porchette per il pranzo di Natale. Da 25 anni lavora accanto al padre, pur essendo architetto e con altri progetti per il futuro.
La decisione di vendere nasce dall’età, spiega Leonardo, e dal desiderio di riposarsi. “Mi sento bene, ma è il momento giusto. Mio figlio inoltre vorrebbe fare altro”. La parte più difficile è stata decidere:” Una volta fatto, tutto è sembrato più semplice”. Alla domanda su quale messaggio vorrebbe lasciare ai clienti, la risposta è una sola, pronunciata con la voce che si incrina: “Grazie davvero”.
Il futuro lo immagina tra libri, viaggi e tempo da dedicare agli otto nipotini. Per decenni la routine è stata sempre la stessa: sveglia alle cinque e una giornata intera dietro il banco. Il 30 gennaio Donati’s chiuderà per riaprire con nuovi proprietari. Il nome resterà sulla vetrina. Ma ciò che ha reso quel luogo unico, come spesso accade, era fatto soprattutto di persone.