Un corpetto aderente, dal quale si apre una gonna fiabesca, bianca latte. Un abito a sirena, essenziale e sofisticatissimo, accompagnato da un velo in tulle lunghissimo, impreziosito alla base da ricami di rose bianche.

E ancora, corpetti dalle maniche lunghe e dalle spalline squadrate, in un elegante richiamo agli anni Ottanta, accanto a modelli con sottili bretelle, sui quali perline candide scendono a cascata fino a una gonna color champagne.

Sembrano figure eteree, sospese tra sogno e realtà, le modelle che sfilano sulle note di una melodia capace di evocare un’Italia senza tempo. La cornice è quella dell’Immigration Museum di Melbourne, con le sue imponenti colonne romane e un’atmosfera solenne, quasi teatrale.

A firmare gli abiti è Raffaele Ciuca, storica maison bridal che, in occasione della Melbourne Fashion Week, celebra settant’an ni di attività: sette decenni di sartorialità italiana, passione familiare e raffinata ricerca dell’eleganza. In settant’anni, naturalmente, molto è cam biato.

Melbourne ha ridisegnato il proprio profilo con nuovi grattacieli e boutique, il mondo della moda ha accelerato i suoi ritmi e persino il matrimonio, con i suoi rituali e le sue aspettative, ha assunto forme diverse. Eppure, tra le creazioni che sfilano, con vivono ancora due anime: quella di chi sogna un abito da principessa, romantico e intramontabile, e quella di chi sceglie di osare, indossando il bianco con guanti scuri e lunghi, in un gioco di contrasti audace, ma impeccabilmente sofisticato.

Prima ancora che la passerella si accenda, è la tavola a raccontare qualcosa della serata. Un ricco banchetto, allestito con candelabri slanciati ed eleganti, richiama tanto i fasti di un ricevimento nuziale d’altri tempi quanto il calore di un pranzo domenicale italiano, quando la convivialità diventa un rito irri nunciabile.

Agli ospiti viene consegnata una graziosa bustina rossa, una bomboniera che, secondo la tradizione italiana, custodisce pic cole sorprese e un ringraziamento simbolico per aver preso parte a un anniversario speciale. Un gesto discreto, ma eloquente: dietro il lusso, resta il valore dell’accoglienza.

Un modello di abito da sposa presentato durante la sfilata della Melbourne Fashion Week, ospitata all’Immigration Museum

Per comprendere davvero questa storia bisogna tornare al 1952, quando un giovane Raffaele Ciuca, appena ventunenne, sbarca a Melbourne dopo quarantacinque giorni di navigazione a bordo della nave Surriento.

Proviene da Paganica, frazione dell’Aquilano, e porta con sé una sola valigia. Il resto, quello che conta davvero, è già nelle sue mani: la sapienza di un mestiere appreso in famiglia, quattro generazioni di sartoria alle spalle e la determinazione di chi è pronto a ricominciare lontano da casa.

“Papà arrivò con una valigia, le sue ca pacità sartoriali e poco altro”, racconta Patricia Pallozzi, figlia di Raffaele e Tina e oggi general manager dell’azienda, riper correndo le origini di un’avventura impren ditoriale diventata una storia di famiglia.

Il ricordo più vivido, tramandato dalle figlie, è quello di giornate di lavoro nell’Italia di un tempo. Raffaele, ancora bambino, si alzava all’alba insieme al padre Francesco, nel la boratorio ricavato nella cantina della casa. Lì imparava a tagliare, cucire e costruire un abito da cima a fondo.

Poi, in sella alla bicicletta, consegnava i vestiti ai clienti. Qualcuno, in segno di gratitudine, gli of friva del formaggio da mangiare durante il tragitto di ritorno.

“Sono ricordi bellissimi che nostro padre condivideva con noi”, raccontano Patricia e Claudia. Piccoli episodi che restituiscono il ritratto di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, ma già profondamente legato alla dignità del lavoro e alla cura dei dettagli.

Nel 1956, Raffaele e Francesco aprono una sartoria in un ex negozio di alimentari, al numero 327 di St George’s Road, a North Fit zroy. La chiamano semplicemente The Tailor Shop. Un nome senza fronzoli per un’attività destinata a lasciare il segno. Se Raffaele rappresentava la mano sa piente della sartoria, sua moglie Tina era il volto accogliente del negozio.

Sposati nel 1962 nella chiesa di St Mary’s, in Nicholson Street, i due costruiscono insie me un’impresa nella quale competenze diverse si completano con naturalezza.

Il cuore della famiglia Ciuca: le sorelle Patricia e Claudia insieme alla mamma, Tina Ciuca

“Papà era molto tranquillo, umile, sempre impeccabile nel vestire. Amava stare dietro le quinte, concentrato sui suoi abiti e sulle sue forbici – ricordano le figlie –. Mamma, invece, era una persona che amava stare con gli altri. Si occupava dei clienti e faceva in modo che vivessero un’esperienza speciale”.

Tina, la più giovane di nove fratelli, possedeva quella sicurezza spontanea che permette di mettere le persone a proprio agio. Raffaele, riservato ma dotato di un notevole senso dell’umorismo, preferiva affidarle il rapporto con il pubblico.

Due personalità complementari, unite da una visione comune: offrire un lavoro di qualità senza dimenticare mai chi avrebbe indossato quegli abiti. È un principio che, a distanza di decenni, continua a guidare l’azienda.

Negli anni Settanta e Ottanta, quando il sabato sera era ancora l’occasione per vestirsi con particolare cura, il noleggio degli abiti da uomo conosce un periodo d’oro. Nel frattempo, la famiglia si avvicina al mondo femminile attraverso gli abiti per damigelle, debuttanti, paggetti e bambine dei cortei nuziali. Il settore bridal, inizialmente una natu rale estensione dell’attività, diventa pro gressivamente il cuore del business. Patricia e Claudia entrano in azienda nei primi anni Ottanta.

Nel 1983 i genitori affidano loro un negozio a Coburg, quando sono ancora giovanissime. Non un semplice incarico, ma una prova di fiducia.

“Mamma e papà ci die dero il negozio quando eravamo appena uscite dalla scuola. Era il loro modo di insegnarci: un’attività si impara gestendola, e loro si fidavano abba stanza da lasciarci anche sbagliare”, spiega Patricia.

L’esperienza si rivela un trampolino di lancio. Il negozio cresce rapidamente e, nel set tembre 1986, le sorelle approdano al 441-443 di Sydney Road, a Brunswick, dove si trova ancora oggi il flagship store. La decisione viene presa con una rapidità che racconta bene il rapporto di fiducia tra le generazio ni: individuato il locale, il padre accetta la proposta senza neppure andare a visitarlo.

Poi arriva l’epoca dei grandi matrimoni televisivi e, con essa, l’eco dell’abito di Lady Diana, che contribuisce ad alimentare il sogno di una sposa vestita da principessa. La collezione bridal passa da una quindi cina di modelli a oltre cento. Nel 2006 apre la boutique di Armadale, pensata per rag giungere anche le clienti a sud dello Yarra.

La vera svolta, però, arriva negli anni Dieci, quando la famiglia decide di scommet tere sui grandi nomi internazionali. Gli abiti di marchi come Vera Wang Bride e Berta portano il negozio in una nuova fascia di mercato, con creazioni di lusso.

Un altro modello presentato durante la sfilata della Melbourne Fashion Week, ospitata all’Immigration Museum

“Le spose entravano chiedendo Berta per nome, così abbiamo deciso di correre il rischio – ricorda Patricia –. Per un’impresa familiare nata a Sydney Road era un grande salto. Ha cambiato il modo in cui le persone ci vedevano e ha dimostrato che le spose di Melbourne desideravano quel livello di design senza dover andare altrove”.

Oggi le boutique di Brunswick e Armadale ospitano alcuni dei nomi più prestigiosi della moda bridal internazionale, fra cui Berta, Steven Khalil, Nicole + Felicia e Vivienne Westwood, accanto a Vera Wang Bride. Gli spazi stessi si sono trasformati: edifici storici, rinnovati più volte, accolgono suite private nelle quali le future spose possono provare gli abiti sorseggiando champagne e assaporando cioccolatini. Un’esperienza intima, lontana dalla frenesia del negozio tradizionale, che risponde a una nuova sensibilità: il desiderio di sentirsi prota goniste, accompagnate da un servizio attento e personalizzato.

“Le spose cercano ispirazione sui social media e guardano quello che indossano le i nf luencer, ma vogliono ancora fiducia, qualità e maestria artigianale”, osservano le sorelle.

Nel 2025 arriva un altro traguardo: Re naissance, la prima collezione bridal di segnata internamente. Un progetto nato dall’ascolto delle clienti, dalle modifiche richieste agli abiti dei diversi stilisti e dalla conoscenza approfondita delle loro esigenze.

“Abbiamo capito che molte spose desideravano qualcosa di particolare: magari una scollatura diversa, una manica da aggiungere, un detta glio capace di rendere unico un modello - spiegano Patricia e Claudia -. Così abbiamo iniziato a creare piccole collezioni, mettendo insieme le idee che raccogliamo ogni giorno”.

Accanto a loro lavora ormai la terza ge nerazione, con Stephen, Stephanie e Daniel impegnati nello sviluppo dell’attività e dell’offerta di lusso. La scelta dell’Immigration Museum per celebrare l’anniversario acquista così un significato particolare. In un luogo che racconta le storie di chi ha attraversato il mondo per costruirsi una nuova vita, la vicenda di Raffaele Ciuca trova una cornice quasi naturale: quella di un emigrato ita liano che ha saputo trasformare il proprio talento in un’eredità destinata a durare.

A settant’anni dall’apertura della prima sartoria, l’azienda è ancora nelle mani della famiglia, guidata dalla terza e dalla quarta generazione. Il negozio è diventato una maison bridal di riferimento, ma la filosofia rimane sorprendentemente fedele alle origini.

“Per me questo anniversario significa soprat tutto gratitudine -, confida Patricia. Papà amava Melbourne. Andava spesso in città, rimaneva incantato dalle vetrine delle bouti que eleganti e ne traeva ispirazione. Sarebbe stato immensamente orgoglioso di quello che abbiamo costruito”.