TEHERAN - Mentre Israele e Stati Uniti continuano a colpire i vertici della Repubblica Islamica, l’architettura del potere a Teheran sta subendo una trasformazione irreversibile. Dopo l’uccisione di Ali Larijani, figura chiave della politica iraniana, ieri è caduto sotto i raid anche il Ministro dell’Intelligence Ismail Khatib, uomo vicinissimo alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei.
In un’audizione al Senato, la direttrice dell’intelligence statunitense Tulsi Gabbard ha tracciato un quadro complesso: sebbene le capacità militari convenzionali dell’Iran siano state “in gran parte distrutte”, il regime non mostra segni di crollo imminente. La preoccupazione degli 007 di Donald Trump è rivolta al futuro: un regime che sopravvive a una tale devastazione dedicherà i prossimi anni a uno sforzo pluriennale per ricostruire i propri arsenali di droni e missili balistici.
L’eliminazione di Ali Larijani rappresenta un punto di svolta. Larijani non era solo un vertice politico, ma l’equilibratore del sistema e il principale interlocutore per un eventuale dialogo con l’Occidente. La sua scomparsa lascia un vuoto che viene rapidamente colmato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Pasdaran).
Secondo gli osservatori, come Ellie Geranmayeh (ECFR), Israele sembra colpire deliberatamente chiunque possa promuovere una soluzione politica, accelerando la trasformazione dell’Iran in una dittatura militare ancora più oltranzista. Il nuovo leader, Mojtaba Khamenei, rimane un’ombra che comunica solo via TV, lasciando di fatto il comando operativo nelle mani dei paramilitari.
Inoltre, il conflitto ha cambiato radicalmente la percezione dei vicini arabi. Gli Emirati Arabi Uniti, colpiti da oltre 2.000 droni e missili in meno di tre settimane, non vedono più nell’Iran un vicino difficile, ma un “nemico esistenziale”.
Sultan al-Jaber, Ministro dell’Industria degli Emirati, ha denunciato come l’80% degli attacchi iraniani abbia preso di mira infrastrutture civili: porti, aeroporti, hotel e impianti petroliferi. Per Abu Dhabi, qualsiasi soluzione diplomatica futura dovrà necessariamente smantellare il programma nucleare e la rete di proxy regionali per evitare che questo “calvario” si ripeta.
Nonostante i successi tattici di Israele, molti analisti restano scettici sull’esito finale. Michael Stephens (RUSI) evidenzia un paradosso: Israele può eliminare tutti i funzionari che desidera, ma se l’Iran riesce a sopravvivere e ad aumentare il costo globale della guerra attraverso la crisi petrolifera, lo stallo rimarrà intatto.
Se da un lato gli omicidi mirati rallentano il processo decisionale e demoralizzano le truppe (come sottolineato dall’analista Michael Horowitz) dall’altro non sembrano in grado di fermare l’inerzia operativa di un conflitto che l’Iran è riuscito a globalizzare.