Quando Salvatore Zofrea apre la porta del suo studio, insieme a Stephanie, sua moglie, non sembra di entrare in una stanza, ma di attraversare un cerchio che si chiude, dove il luogo della formazione e quello della maturità coincidono. Siamo a nord di Sydney, dall’altro lato del ponte, nella stessa casa dov’è cresciuto dopo l’arrivo in Australia da bambino. 
Davanti si estende una parte del Day Cycle, il grande ciclo pittorico a cui lavora da anni: grandi pannelli che dominano lo spazio dello studio, attraversati dai colori della natura che scendono verticali come pioggia cromatica. È solo un frammento di un’opera che, una volta completata, misurerà circa 122 metri. Entrando, è difficile non commuoversi. Non per l’effetto scenico, ma perché la natura non appare più fuori: sembra essersi riversata all’interno di questo spazio, cancellando ogni separazione.
“Cerco la bellezza assoluta della creazione”, dice. E subito dopo aggiunge: “La mia arte è la mia vita. Vivo per la pittura. Sono innamorato della pittura. È un impegno totale. Non è part-time, è a tempo pieno. Sogni l’arte, ti svegli pensando all’arte, leggi poesie, guardi libri continuamente”. 
Di origine calabrese, nato nel 1946 a Borgia, in provincia di Catanzaro, arriva in Australia a nove anni. Ultimo di nove figli, cresce in un mondo regolato dai cicli della terra: il grano, le vigne, le stagioni. Il padre leggeva le stelle al mattino per capire il tempo. La madre faceva il pane più volte alla settimana. La natura non era paesaggio, ma struttura dell’esistenza. A questo si univa il ritmo della chiesa, le feste, i santi: un calendario rituale che teneva insieme terra e trascendenza.
A Sydney studia alla Julian Ashton School, dove incontra quello che sarebbe diventato il suo mentore, Henry Justelius, una figura decisiva nella sua formazione. Lascia la scuola a 15 anni per lavorare e contribuire al sostentamento della famiglia, senza abbandonare l’arte. A vent’anni espone in una galleria importante in Australia e vende tutto. Potrebbe vivere solo di pittura già allora, ma la pressione familiare lo spinge a mantenere anche altri lavori: “Trovati un lavoro vero, mi dicevano”. All’inizio degli anni Settanta prende la decisione definitiva: la pittura diventa il suo unico lavoro.
Per molti anni il centro della sua ricerca è la figura umana: ritratti, commissioni, e soprattutto il vasto ciclo dei Salmi, cento su 150 già completati, in cui traduce in immagini il rapporto tra fragilità e trascendenza. Quel lavoro nasce anche in un periodo segnato da una grave malattia e da lutti profondi, tra cui la morte della madre e quella dello stesso Justelius. La pittura diventa allora non solo espressione, ma anche un modo di elaborare il dolore della perdita.
Intorno ai sessant’anni avviene una nuova svolta. “Non potevo più dipingere figure umane. Non potevo andare oltre”, racconta. La natura, fino ad allora sfondo, diventa soggetto totale. E con essa la luce australiana. Dopo decenni trascorsi nel Paese, la vede davvero. La definisce “un’epifania”.
Nasce così il Day Cycle: un vasto progetto pittorico che si sviluppa come un attraversamento della luce, dall’alba alle stelle. Quando sarà completato misurerà, come detto, circa 122 metri: “Più grande è, meglio mi sento”, dice. Non per ambizione, ma per necessità. Il modo in cui descrive il lavoro ricorda quello di un contadino: un gesto continuo, totale, che non lascia porzioni di campo inesplorate.
A ottant’anni, che compirà quest’anno, la sua ricerca non si restringe: si espande.
Negli ultimi anni un’ulteriore trasformazione entra nel suo lavoro: la musica. Più che semplice accompagnamento, diventa struttura. Debussy, Messiaen, Liszt, Schoenberg. Zofrea parla di un attraversamento dei sensi, di una forma di sinestesia in cui il suono diventa colore e il ritmo si deposita sulla superficie pittorica. Le tele sembrano partiture aperte, dove il colore scandisce il tempo.
Questa tensione è emersa con chiarezza anche nella recente mostra Seven Days of Summer (7–25 ottobre 2025), dove la luce estiva australiana si traduceva in vibrazione cromatica e ritmo visivo. In alcune opere, come Night Garden (after Debussy), utilizza anche il lapislazuli, pigmento antico dal blu intenso, che cattura la luce e la fa brillare in superficie. Non è un effetto decorativo: è una qualità quasi sonora.
Prima la poesia, poi la musica, ora la pittura come luogo di sintesi. La sua ricerca si avvicina a un’idea di opera totale, in cui parola, suono e immagine non sono compartimenti separati, ma parti della stessa ricerca. “La natura è Dio”, afferma, non come formula religiosa, ma come convinzione che il divino non sia altrove, bensì nella realtà stessa. La sua idea di natura è spirituale, ma non dogmatica. Tra poesia, suggestioni mistiche di diverse tradizioni e richiami al pensiero filosofico europeo, la sua pittura si nutre di un orizzonte ampio. Non cerca una dottrina: cerca un linguaggio capace di tenere insieme visibile e invisibile.
Colpisce la calma con cui parla. Nessuna posa da artista tormentato. È disciplinato. “Per dipingere serve una mente chiara”. La creatività, per lui, non è alterazione, ma concentrazione.
Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche australiane e nel 2014 gli è stata conferita l’Order of Australia Medal, uno dei più alti riconoscimenti civici per il contributo alle arti.
Anche la sua vita riflette questa struttura. Con Stephanie condivide non solo la casa, ma il tempo disteso della ricerca: una presenza centrale che accompagna il lavoro, lo sostiene nel tempo e offre quella stabilità necessaria a una pratica così totalizzante.
Nel 2026 il suo ottantesimo compleanno sarà segnato da iniziative culturali in preparazione, con il coinvolgimento di realtà istituzionali italiane e australiane.
Quando gli chiediamo cosa desidera che si ricordi di lui, non parla di premi né di record. Dice: “Guardate quel dipinto e vedete me. Vedete il mio spirito. Quando morirò, non morirò mai, sarò lì”.
Forse è questo il senso del suo lavoro: non rappresentare la natura, ma attraversarla fino a farla entrare nello spazio dell’uomo. E in quello spazio, sorprendentemente calmo, continuare a inseguire la bellezza assoluta della creazione.