SYDNEY - A un mese dall’attentato terroristico di Bondi, l’Australia ha osservato una giornata nazionale di lutto per ricordare le 15 vittime della sparatoria del 14 dicembre, quando due uomini armati aprirono il fuoco durante una celebrazione dell’Hanukkah sulla spiaggia più famosa del Paese.

Una commemorazione solenne, ma anche carica di significati politici e civili, segnata da un messaggio chiaro: il Paese non intende piegarsi all’odio.

Tra le voci più ascoltate c’è stata quella del rabbino Yehoram Ulman, guida della comunità Chabad di Bondi, che nell’attacco ha perso il genero, rabbi Eli Schlanger, oltre a numerosi membri della sua congregazione. “È stato il periodo più difficile della mia vita - ha detto -. Ho visto genitori perdere figli, famiglie spezzate, una sofferenza devastante”.

Davanti all’Opera House di Sydney, trasformata per l’occasione in luogo di memoria sotto un’imponente cornice di sicurezza, il rabbino Ulman ha pronunciato un discorso improntato alla fermezza. Ha ricordato come quello stesso spazio fosse stato, in passato, teatro di manifestazioni cariche di odio e retorica antisemita. “Oggi lo riprendiamo con un messaggio opposto - ha detto -, perché l’Australia merita di meglio”.

Il primo ministro Anthony Albanese, presente alla cerimonia, ha rivolto un’aperta richiesta di perdono alla comunità colpita, ricevendo un lungo applauso. Anche il premier del New South Wales, Chris Minns, ha parlato a una folla visibilmente partecipe, ribadendo che chi rifiuta i valori di libertà e convivenza “non appartiene a questo Paese”.

Un momento particolarmente intenso è arrivato quando è stato ricordato Ahmed al-Ahmed, il tabaccaio siriano-australiano che durante l’attacco ha affrontato uno dei terroristi riuscendo a disarmarlo. Il suo gesto è stato salutato con un applauso generale.

Sul palco è salita anche Chaya Dadon, 14 anni, sopravvissuta all’attentato dopo aver aiutato altri bambini a mettersi in salvo. Le sue parole hanno sintetizzato il sentimento diffuso: “La nazione si è rialzata”.

La giornata ha segnato il primo lutto nazionale dal 2022, dopo la morte della regina Elisabetta II. Un momento di raccoglimento che, nelle intenzioni degli organizzatori e dei leader politici, vuole essere anche l’inizio di una guarigione collettiva, senza rinunciare all’identità e senza vivere nella paura.