Michael Tarulli nasce nei sobborghi orientali di Melbourne, ma la sua storia parla italiano. Le sue radici affondano nel cuore del Belpaese: la madre arriva da Pagliavino, un piccolo villaggio della Campania vicino Benevento, mentre il padre è originario di Canzano, pittoresco borgo medievale nei pressi di Sulmona. Fin da bambino, il duro lavoro è stato il filo conduttore della sua vita.

“La mia infanzia a Mitcham è stata segnata da un’atmosfera di sacrificio e valori familiari molto forti – racconta Michael –. C’era un gran legame con i nonni, gli zii, i cugini, e i miei genitori lavoravano faticosamente. Ho assorbito da loro quella dedizione e quella resilienza”.

Queste esperienze familiari trovano spazio anche nel suo libro di memorie, pubblicato nel 2025, intitolato You Be Strong – My Mother Said. Il titolo nasce dal mantra di sua madre, che lo ha sempre spronato a non cedere di fronte alle difficoltà: “Dopo il mio incidente, in ospedale, lei mi ricordava sempre di essere forte. Quelle parole mi hanno spinto ad affrontare una situazione drammatica e a rialzarmi”.

Michael descrive l’adolescenza come un periodo di adattamento in una comunità con pochi italiani, dove ciò che si respira tra le mura di casa è molto diverso da quello che impara a scuola. Nonostante lo scarto culturale, riesce presto a trovare il suo spazio e a vivere le esperienze tipiche dei coetanei australiani, a partire dallo sport. “Mio padre voleva che imparassi l’italiano e suonassi la fisarmonica, ma io volevo anche integrarmi con gli altri ragazzi”, spiega. Col tempo impara a muoversi con naturalezza tra due mondi, senza rinunciare a nessuno dei due e, dopo gli studi, intraprende brevemente il percorso infermieristico, per poi entrare, a 22 anni, nelle Forze dell’ordine.

Racconta del difficile inserimento in un ambiente maschile e quasi esclusivamente anglosassone, con dinamiche da “boys’ club”, ma anche della soddisfazione di poter aiutare persone in difficoltà: chi finisce in un brutto giro, chi attraversa una crisi, e riesce comunque a rialzarsi.

“Ma ci sono state molte cose che ho visto e vissuto come poliziotto che hanno davvero scosso il mio morale. Sai, le situazioni che non approvavo erano difficili da affrontare. Probabilmente non era il lavoro ideale, ma ho continuato comunque perché, di nuovo, sono testardo. Ecco che emerge la parte italiana di me: sia mia madre che mio padre erano molto cocciuti”, racconta Michael.

Poi arriva l’imprevedibilità della vita. La traiettoria prende una sterzata improvvisa e, in un attimo, ogni certezza vacilla.

È il 1993. Michael ha solo 25 anni, una vita davanti e tanti sogni da realizzare. È in servizio quando arriva una chiamata: segnalazione di colpi d’arma da fuoco in una stazione a Heidelberg. Tarulli è sul sedile del passeggero. “Il mio collega alla guida stava procedendo ad alta velocità verso il luogo dell’intervento quando un’auto è sbucata da una strada laterale davanti a noi – racconta Tarulli –. Credo che abbia cercato di evitarla, ma nel farlo ha perso il controllo del veicolo”.

L’auto inizia a sbandare: una manovra troppo brusca la scaraventa con violenza dall’altro lato del guardrail. “Sono rimasto cosciente per tutto il tempo, intrappolato nell’auto per un’ora”. I 60 minuti che seguono appaiono interminabili. “In quei momenti mi sono passati per la testa molti pensieri, ma uno ha vinto su tutti: ‘Sopravviverò?’. Avevo davvero la sensazione che stesse per finire tutto. Ho pensato a mia madre”.

Chi vive esperienze vicine alla morte lo racconta spesso: la vita scorre davanti agli occhi come un film, tra frammenti, volti, ricordi. “È successo anche a me. E, stranamente, ho persino pensato – lo so, può sembrare buffo – che mia madre si sarebbe arrabbiata, perché mi ero cacciato nei guai”.

Il danno è grave. Subisce emorragie interne e lesioni alla colonna vertebrale. I medici sono netti: non avrebbe più camminato, destinato a una sedia a rotelle.

Nonostante la paralisi incompleta e la perdita del controllo di alcuni organi pelvici, Michael intraprende un lungo percorso di riabilitazione. Quello che sembra un verdetto definitivo, però, col tempo si incrina. Inizia a lavorare ogni giorno, con pazienza e una determinazione ferrea, ripetendo esercizi su esercizi. La guarigione, però, non è mai una linea retta: procede a piccoli passi, tra ricadute, tanto dolore e qualche giornata buona. Fa ciò che la sua famiglia gli ha insegnato fin dall’infanzia: non arrendersi. E così, dopo diversi anni di allenamenti intensi, anche grazie a un incontro fortuito con un fisioterapista conosciuto negli anni dell’atletica, comincia a recuperare lentamente la mobilità delle gambe.

“È stato un percorso durissimo, fisicamente e mentalmente. Ci sono stati momenti di grande oscurità e frustrazione, ma la mia forza interiore e l’etica del lavoro trasmessa dai miei genitori non mi hanno mai lasciato arrendere”, racconta. La fede e il legame con la famiglia hanno avuto un ruolo fondamentale, pur evolvendo nel tempo la sua visione della spiritualità. Per ritrovare la propria identità, Michael ha dovuto riscoprire se stesso, andando oltre l’immagine del poliziotto costruita negli anni. Scrivere il suo libro è stato un processo catartico: “Scrivere è stato difficile, doloroso, ma mi ha permesso di trovare un senso e una nuova consapevolezza. Ho voluto condividere la mia esperienza affinché altri possano comprendere le sfide e le emozioni che attraversiamo nella vita”.

Oggi, a oltre 30 anni dall’incidente, contro ogni prognostico, Michael cammina di nuovo e continua a scrivere. Il prossimo progetto sarà un romanzo poliziesco ambientato a Melbourne, con un richiamo alle sue radici italiane.

“Ogni volta che la vita ci mette alla prova – conclude Tarulli–, ripenso alla testardaggine di mia madre e al suo motto: Be strong”.