Per un pubblico generico, è più semplice considerare l’abruzzese come una famiglia di dialetti affini piuttosto che come un’unica lingua standard.
Il modo di parlare de L’Aquila non è lo stesso di quello di Teramo, Chieti o Vasto, e anche città vicine possono presentare differenze evidenti nella pronuncia e nel vocabolario. Inoltre, le città più grandi risentono molto di più dell’influenza dell’italiano, per cui il dialetto de L’Aquila può sembrare più simile alla lingua scritta rispetto ai dialetti parlati nei piccoli villaggi della stessa provincia.
L'abruzzese appartiene all'ampio mondo dei dialetti italo-romanzi, che significa che si è sviluppato dal latino parlato, proprio come l'italiano standard. Tuttavia, l’abruzzese lo ha fatto seguendo un proprio percorso. Di conseguenza, l'abruzzese spesso suona in modo piuttosto diverso dall'italiano standard e in molti luoghi può essere difficile da comprendere per chi non è del posto.
Ciò è particolarmente vero nelle comunità dell'entroterra e di montagna, dove il parlato locale è rimasto spesso molto isolato. Il risultato è anche una grande variazione all'interno dell'Abruzzo, il che rende la regione affascinante per i linguisti.
Gli esiti linguistici sono spesso sorprendenti per chi viene da fuori: la parola italiana “caténa” (con 3 sillabe) si pronuncia “catòjënë” (con 4 sillabe) nell’alto chietino, mentre un esempio ancor più bello è “cuóre’” (2 sillabe) che diventa “cáëwërë” (4 sillabe) a Fresagrandinaria (“Frò-iscë” nel dialetto del posto).
Il dialetto de L’Aquila è più simile al laziale rispetto ai dialetti abruzzesi della costa adriatica. Dopo il terribile terremoto del 2009, l’aquilano è diventato un simbolo importante per i residenti locali che hanno perso la casa ma che hanno ritenuto la cultura – e questa include il dialetto.
Nel 2020 è stata pubblicata una traduzione in dialetto aquilano de Il Piccolo Principe, il bellissimo racconto di Antoine de Saint-Exupéry.
Ecco un paragrafo tratto da Ju Principe Zicu: “Eh principittu, fu cuscì che, a mani a mani, so' saputu la vita té zica e malinconica! Pe' parecchiu témpu non tinii atre cóse da vede' che la dorgezza allo 'mbruni'. Jì resapette de ‘stu fattu nóu nóu la matina dejju quartu jórnu, quannu me ‘icisti: Me piaciu addaeru ji calajorni.” Si riesce a capire? La ricchezza linguistica dell’Italia, e in particolare dell’Abruzzo, è una cosa da festeggiare.