CANBERRA - La riforma della GST tra gli Stati australiani torna al centro del dibattito politico ed economico, con nuove critiche al sistema introdotto nel 2018 che potrebbe pesare molto più del previsto sulle finanze federali.

Secondo l’economista indipendente Saul Eslake, l’accordo raggiunto dal governo Morrison per garantire una quota minima di entrate al Western Australia rappresenta “la peggiore decisione di politica pubblica del XXI secolo in Australia”.

Quando la riforma fu annunciata, il costo stimato per il bilancio federale era di circa 9 miliardi di dollari in otto anni. Oggi però le stime sono molto più alte. Eslake ritiene che il conto finale potrebbe superare i 60 miliardi di dollari nell’arco di undici anni, trasformando la misura in uno degli interventi più costosi mai adottati dal governo federale, secondo solo al programma NDIS.

La distribuzione della GST tra Stati e Territori viene stabilita sulla base delle raccomandazioni della Commonwealth Grants Commission, organismo indipendente che valuta i fabbisogni finanziari delle diverse giurisdizioni. Storicamente il principio utilizzato era quello della necessità economica. Stati con minori risorse, come la Tasmania, ricevevano una quota maggiore per abitante rispetto a regioni più ricche di materie prime come il Western Australia.

La riforma del 2018 ha modificato questo meccanismo introducendo una soglia minima per il Western Australia, che negli ultimi anni non ha potuto ricevere meno del 75 per cento di quanto avrebbe ottenuto con una distribuzione puramente pro capite. Secondo le nuove regole, la soglia salirà ulteriormente fino a raggiungere il livello della quota pro capite del New South Wales, pari lo scorso anno all’83 per cento.

Per garantire che nessuno Stato riceva meno fondi, il governo federale deve integrare il fondo complessivo della GST con risorse aggiuntive provenienti dal bilancio nazionale. Secondo le previsioni, questo meccanismo costerà ai contribuenti circa 6,9 miliardi di dollari nel 2026-27, in aumento rispetto ai 6,1 miliardi dell’anno precedente.

Eslake sostiene che la responsabilità non ricada sul Western Australia, il cui governo ha semplicemente cercato di ottenere il massimo possibile per il proprio Stato. A suo giudizio, la colpa principale è dei governi federali che hanno mantenuto l’accordo per timore di perdere consensi in uno Stato politicamente decisivo.

Il ministro del Tesoro del Western Australia Rita Saffioti ha difeso l’intesa, sostenendo che l’economia nazionale ha tratto beneficio dell’accordo grazie alle elevate entrate fiscali generate dal settore minerario dello Stato.

Secondo Saffioti, senza la riforma l’economia del Western Australia rischierebbe di perdere fino a sei miliardi di dollari l’anno, riducendo la capacità dello Stato di investire nelle infrastrutture strategiche che sostengono la crescita economica nazionale.