COSENZA - Il lungo braccio di ferro tra Washington e L’Avana sulle missioni sanitarie cubane si abbatte anche sulla Calabria, dove dalla pandemia operano diversi medici dell’isola caraibica. 

Il programma, nato nei primi anni della rivoluzione, ha portato personale sanitario in decine di Paesi, soprattutto in comunità povere, rurali o scarsamente servite come Angola, Guatemala e Venezuela, ma anche Paesi ad alto reddito.

Durante la fase più dura della pandemia, a inizio 2020, una squadra fu inviata anche in Italia, e circa 400 medici sono ancora presenti in Calabria, dove sono andati a sanare le falle causate dalla scarsità cronica di personale sanitario.  

Dietro la questione umanitaria c’è anche una dimensione economica decisiva, visto che gli accordi con i governi ospitanti prevedono pagamenti consistenti allo Stato cubano per ogni professionista inviato, a cui invece viene pagato uno stipendio superiore a quello che riceverebbe in patria.

Questo aspetto, per un’isola stretta dalla crisi economica, dall’embargo statunitense e la conseguente scarsità di valuta estera, si tratta di una fondamentale fonte di entrate.  

Proprio su questo punto si concentra l’offensiva dell’amministrazione Trump, sostenuta dal segretario di Stato Marco Rubio, che aumenta la pressione sui Paesi che impiegano medici cubani, spingendoli a rivedere o cancellare gli accordi esistenti.  

Tra quelli che stanno progressivamente smantellando il modello ci sono Guatemala, Guyana, Giamaica, Saint Vincent e Grenadine, Paraguay e Honduras. Nell’agosto 2025 Washington ha annunciato restrizioni sui visti e revoche nei confronti di funzionari governativi di Brasile, Grenada e di alcuni Paesi africani, accusati di collaborare con il sistema delle missioni sanitarie cubane.  

Di recente, inoltre, è stata approvata una legge che consente alla Casa Bianca di imporre sanzioni ai Paesi che continuano a lavorare con il personale sanitario inviato da L’Avana. 

In Calabria però, dove operano circa 400 medici cubani, il presidente della Regione Roberto Occhiuto aveva annunciato l’intenzione di “incrementare la missione fino a 1.000 camici bianchi caraibici”. Successivamente ha però fatto sapere che “in ragione di una proficua collaborazione instaurata con il Dipartimento di Stato Usa e con il consolato americano, abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici”, come ha spiegato a febbraio.  

Nonostante questo, la Regione ha comunque pubblicato a metà gennaio una manifestazione di interesse rivolta a tutti i camici bianchi Ue ed extra Ue che vogliano venire a lavorare in Calabria. 

Occhiuto ha sottolineato anche che i professionisti cubani stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i pronto soccorso della regione “e sono ancora una necessità per la nostra regione”, perché la priorità assoluta “è quella di assicurare il diritto alla cura dei cittadini calabresi che già hanno un sistema sanitario in condizione di grande difficoltà”.