C’è una regola non scritta, ma riconoscibilissima, nella recente vita politica australiana: quando Anthony Albanese pronuncia la formula “non è il momento di fare politica”, quasi sempre significa che la politica è già entrata nella sua fase più delicata. Non necessariamente più dura. Piuttosto più esposta, più reattiva, e spesso meno controllabile di quanto il governo immagini. Lo si è visto chiaramente nelle ultime 48 ore, mentre Canberra si prepara al ritorno in Aula dopo la strage di Bondi. Quella che doveva essere una risposta legislativa rapida e compatta si è trasformata in una ritirata strategica: l’abbandono delle norme più controverse sull’incitamento all’odio, la separazione delle leggi sulle armi dal resto del pacchetto, e l’ammissione, implicita ma inequivocabile, che l’urgenza politica non basta se non c’è un Parlamento che la segue.

Il punto, oggi, non è più soltanto se il governo abbia forzato la mano. Il punto è come quella forzatura abbia prodotto l’effetto opposto: non coesione e unità bipartisan ma frammentazione.

Bondi resta però una tragedia totale, assoluta. E resta, senza retorica, un trauma per l’Australia, per ogni australiano, per tutti. Ma proprio per questo l’idea di un grande pacchetto legislativo “onnicomprensivo”, che tenesse insieme provvedimenti sulle armi da fuoco, sull’incitamento all’odio, sulla migrazione e vari poteri ministeriali, si è rivelata politicamente fragile. Non perché mancasse la giustificazione morale, ma perché mancava il tempo, e forse la precisione, per tenere insieme questioni che attraversano faglie diverse di una democrazia liberale come la nostra.

Il passo indietro di Albanese è significativo. Sabato il primo ministro ha rinunciato alla proposta di criminalizzare l’istigazione dell’odio razziale, una misura che aveva attirato critiche trasversali: da un lato chi la considerava troppo invasiva per la libertà di espressione, dall’altro chi la giudicava insufficiente o incoerente. Ha deciso invece di procedere solo con ciò che può contare su un consenso parlamentare reale: una legge separata sulle armi, destinata a passare con il sostegno dei Verdi, e un testo ridimensionato su gruppi e predicatori dell’odio, che è, mentre andiamo in stampa, ancora in bilico.

È un cambio di passo che smonta una parte della narrativa iniziale. Per settimane il governo aveva sostenuto che il pacchetto fosse indivisibile, che ogni elemento dipendesse dall’altro, che la risposta dovesse essere “storica” e immediata. Oggi quella rigidità è scomparsa. E con essa, inevitabilmente, anche una parte dell’autorità politica che l’accompagnava.

Qui emerge il primo nodo strutturale: l’urgenza come scorciatoia. La storia australiana è piena di leggi emergenziali approvate in fretta e poi corrette, ridimensionate o smantellate. L’attentato terroristico di Bondi rischiava di produrre lo stesso schema: una norma permanente costruita su un’eccezione emotiva.

Il secondo nodo è politico. Albanese ha cercato di trasformare una difficoltà iniziale, le critiche sulla gestione post-attacco e il ritardo nel convocare una Commissione reale, in un ribaltamento narrativo: da leader esitante a garante della fermezza. Ma il tentativo di usare il Parlamento come acceleratore ha incontrato una resistenza più ampia del previsto. Non solo la Coalizione, ma anche i Verdi hanno rifiutato la proposta di legge omnicomprensiva del Primo ministro. E quando forze politiche così diverse convergono nel dire “non così, non ora”, il problema non è più solo tattico.

Dentro la Coalizione, la confusione resta evidente. Sussan Ley ha definito le norme sull’istigazione all’odio quasi “irrecuperabili”, criticando la fretta e l’assenza di consultazione. Andrew Hastie teme un’espansione eccessiva dei poteri dello Stato. Altri, come Matt Canavan, parlano apertamente di attacco alla libertà di espressione. Sono posizioni contraddittorie, ma rivelano una verità scomoda: il testo originale attraversava troppe placche tettoniche contemporaneamente per poter reggere.

E tuttavia, il ridimensionamento del disegno di legge apre un’altra ferita. Le principali organizzazioni ebraiche hanno espresso delusione per l’abbandono del reato specifico di istigazione dell’odio razziale, temendo che il messaggio politico sia quello di una rinuncia. Peter Wertheim, dell’Executive Council of Australian Jewry, ha parlato di un segnale preoccupante: come se la promozione deliberata dell’odio razziale non fosse abbastanza grave da giustificare una risposta penale.

È qui che la questione si fa più sottile. Perché la critica al metodo non equivale a una minimizzazione del problema. L’antisemitismo è reale, crescente e pericoloso. Ma una legge scritta in fretta, senza consenso e senza chiarezza, rischia di fallire proprio nel suo obiettivo dichiarato: rafforzare la coesione sociale. Una norma che protegge alcune comunità e ne lascia altre ai margini, come hanno sottolineato anche i Verdi, chiedendo tutele più ampie, non ottiene l’effetto di unire il Paese ma rischia di dividerlo.

Il terzo nodo, infine, riguarda la sostanza della risposta. La scelta di separare le leggi sulle armi è probabilmente l’unico elemento su cui esiste oggi una convergenza reale. Ed è anche quello più direttamente collegato alla strage. Bondi non è solo odio. È odio armato ma è anche odio basato su radicalizzazione religiosa islamista. Affrontare il primo ignorando il secondo significa costruire una risposta incompleta.

Alla fine, la lezione politica è più severa di quanto forse lo stesso governo Albanese avesse previsto. Gli australiani evidentemente sono pronti ad accettare risposte rapide quando la percepiscono come necessaria. Reagiscono male quando sentono che il dolore viene usato come leva per forzare passaggi istituzionali fragili. Albanese lo ha già imparato con la questione della Commissione reale. Ora lo sta imparando di nuovo.

La domanda non è se il Parlamento debba “fare qualcosa”. La domanda è se sappia farla bene, quando la pressione è massima e la tentazione della scorciatoia sembra irresistibile. Bondi meritava una risposta all’altezza del trauma. Rischiava invece di diventare il simbolo di una legislazione nata di corsa e corretta in ritardo.

E in politica, spesso, il problema non è cambiare idea. È arrivarci dopo aver chiesto al Paese un atto di fede.