CARACAS - Dopo l’operazione del 3 gennaio scorso, che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali americane che hanno trasferito il leader di Caracas, insieme alla moglie Cilia Flores in una prigione a New York, Donald Trump ha deciso di assumere personalmente la guida della transizione in Venezuela, chiarendo che sarà un processo lungo e tutt’altro che lineare. In un’intervista a Nbc News, il presidente americano ha spiegato che gli Stati Uniti resteranno coinvolti “per un certo periodo di tempo” e che non sono escluse nuove incursioni se Delcy Rodríguez, la vicepresidente nominata ad interim alla guida del Paese, dovesse smettere di collaborare. “Non siamo in guerra con il Venezuela”, ha assicurato, ma il messaggio di fondo è apparso inequivocabile: Washington intende dettare tempi e condizioni della fase post-Maduro. Mentre Trump rivendicava il ruolo di regista della transizione, la leader dell’opposizione venezuelana e recente premio Nobel per la Pace María Corina Machado, in un’intervista a Fox News, ha annunciato di voler tornare in patria “il prima possibile”, tendendo la mano alla Casa Bianca ma attaccando duramente Rodríguez, definita “una delle principali artefici di tortura, persecuzione, corruzione e narcotraffico”. La Casa Bianca ha comunque escluso elezioni a breve termine in Venezuela, chiarendo che di dover “prima riportare il Paese alla normalità” e che non esistono le condizioni per votare entro 30 giorni. 

Il team della transizione comprenderà il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il vicecapo dello staff Stephen Miller e il vicepresidente JD Vance. Ma alla domanda su chi comandi davvero, Trump ha risposto senza esitazioni: “Io”, prima di annunciare che verrà presto presa una decisione sull’eventuale mantenimento o revoca delle sanzioni contro Rodríguez, sottolineando che Rubio sta parlando con lei in spagnolo e che il loro “rapporto è molto forte”. Secondo indiscrezioni, sarebbe stata la Cia a suggerire di puntare su Delcy Rodríguez, ritenuta una figura capace di garantire una transizione controllata grazie al sostegno dell’apparato statale e delle forze armate. L’opzione Machado, più popolare in Europa, comporterebbe invece il rischio di instabilità e la necessità di una presenza militare americana più robusta. Secondo quanto riferito dal New York Times, i rapporti tra Machado e alcuni funzionari americani si sarebbero deteriorati.

Sul piano giudiziario, intanto, il Dipartimento di Giustizia americano ha fatto un passo indietro su una delle accuse simbolo contro Nicolás Maduro. I procuratori continuano a contestargli una vasta cospirazione di narcotraffico, ma hanno abbandonato la tesi secondo cui il ‘Cartel de los Soles’ fosse un’organizzazione strutturata, definendolo ora un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga. Una correzione che indebolisce anche la designazione del cartello come organizzazione terroristica straniera e getta nuove ombre sulla strategia adottata da Washington per giustificare la rimozione dell’ex presidente. Il quadro venezuelano si inserisce però in una cornice più ampia, segnata da un Donald Trump sempre più aggressivo sullo scacchiere globale. Durante un lungo incontro improvvisato con i giornalisti sull’Air Force One, di ritorno da Mar-a-Lago, il presidente ha lanciato minacce a raffica contro alleati e avversari: Colombia, Messico, Cuba, Groenlandia, Iran, India. Dichiarazioni non nuove, ma che, concentrate in poche ore dopo il blitz in Venezuela, hanno alimentato i timori della comunità internazionale sulla stabilità dell’ordine globale.

Nella regione le bordate più dure sono state rivolte a Bogotà, con Trump che ha dichiarato che la Colombia è “governata da un uomo malato”, riferendosi al presidente Gustavo Petro, e ha evocato l’idea di un’“operazione Colombia”, accusando il Paese di esportare cocaina negli Stati Uniti. Petro ha respinto le accuse, definendole “false”, e ha invitato il popolo colombiano e latinoamericano a scendere in piazza, dichiarandosi pronto a difendere il Paese, che nel frattempo ha rafforzato la presenza militare al confine con il Venezuela. Ma nel mirino di Trump sono finiti anche Cuba e Messico, a cui il capo della Casa Bianca ha chiesto di “darsi una regolata” nella lotta ai cartelli della droga, lamentando il rifiuto della presidente Claudia Sheinbaum di accettare truppe americane sul territorio. Secca la replica di Sheinbaum che ha chiarito che “l’America appartiene ai suoi popoli, non a una dottrina o a una potenza”. Su Cuba, Trump ha escluso interventi diretti, sostenendo che l’isola, senza il petrolio venezuelano sovvenzionato, “sta crollando da sola”.