La scomparsa di Sandro Giacobbe rappresenta davvero la chiusura di un capitolo importante per la canzone italiana. Nato a Genova il 14 dicembre 1949 da padre siciliano e madre lucana, Giacobbe a 16 anni abbandonò gli studi di ragioneria per dare forma a un sogno: la musica. Con alcuni amici fondò un gruppo, Giacobbe & le Allucinazioni, e iniziò a esibirsi nei locali liguri, assaporando da subito l’emozione del palco.

Il suo esordio discografico arriva nel 1971 con il singolo Per tre minuti e poi…, seguito da Scusa se ti amo l’anno successivo. Ma è nel 1974 che qualcosa cambia: con Signora mia conquista il grande pubblico. Quel brano non solo scala la hit-parade italiana, ma finisce anche nella colonna sonora del film di Lina Wertmüller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, diventando un vero e proprio ponte fra musica e cinema.

Negli anni seguenti consolida la sua cifra artistica: ballate romantiche, melodie malinconiche, testi che parlano di amori difficili, nostalgia, fragilità, emozioni con le quali molti italiani si identificavano. Brani come Il giardino proibito, Gli occhi di tua madre, Sarà la nostalgia, Portami a ballare e molti altri diventano colonne sonore di intere generazioni. Nel 1976, con Gli occhi di tua madre, si classifica terzo al Festival di Sanremo, consolidando il suo ruolo non come meteora, ma come artista di sostanza.

Ma dietro il successo c’era anche un uomo che conosceva la sofferenza: negli anni ’80 e ’90 la musica resta la sua vita, ma la sua vicinanza al pubblico e gli impegni umanitari crescono. Non a caso entra nella Nazionale Cantanti, prima come giocatore, poi come allenatore, mischiando sport, solidarietà e musica, una scelta che rispecchiava il suo animo generoso.

La vita privata di Giacobbe non è stata facile: affrontò momenti drammatici, come la malattia del figlio quando era appena un ragazzino, un’esperienza che lo segnò profondamente e che lo portò a rivalutare le priorità della vita. A causa di quelle prove dolorose decise di rallentare e riflettere seriamente sul valore dell’amore e del tempo. Negli ultimi anni la sua lotta personale è diventata pubblica: dal 2015 conviveva con un tumore alla prostata e, nel 2025, ospite nel programma televisivo Domenica In, rivelò di essere in carrozzina, di aver perso i capelli a causa della chemioterapia, e di aver scelto, con coraggio e trasparenza, di raccontare la propria sofferenza. Lo fece per dignità, per onestà, per non nascondere la realtà: “Non esco di casa, perché uscire in carrozzina significa rischiare di essere fotografato”, confessò.

La sua voce calda, nostalgica, capace di scuotere l’anima, ha attraversato decenni, ha accompagnato amori, addii, nostalgie, speranze. Canzoni come Signora mia o Il giardino proibito ancora oggi riecheggiano, perché raccontano sentimenti universali con semplicità e sincerità. Giacobbe non è stato un fenomeno usa-e-getta: la sua musica e la sua personalità mostrano una coerenza che va oltre il successo.

Con la sua scomparsa, l’Italia perde non solo un cantante, ma un testimone di emozioni autentiche, un uomo che ha deciso di vivere con dignità fino all’ultimo. E in un mondo che spesso corre troppo in fretta, le sue canzoni ci ricordano che certe fragilità, certe malinconie, certi amori, quelli veri, non invecchiano mai.