TEL AVIV - “Non è solo una questione israeliana, riguarda direttamente l’Europa”. Con queste parole Yair Lapid, ex Primo Ministro israeliano e oggi leader dell’opposizione con Yesh Atid, ha lanciato un monito severo dalle colonne del magazine di Setteottobre.com. Per Lapid, l’Occidente sta commettendo un errore strategico e morale fatale nel sottovalutare l’intreccio tra l’odio ideologico interno e la minaccia geopolitica dell’Iran.
Lapid ha affrontato senza giri di parole il tema dell’antisemitismo moderno, spesso mimetizzato dietro il paravento della dialettica politica. L’odio verso gli ebrei - assicura - si sta ripresentando sotto le vesti di nuovi linguaggi come l’anticolonialismo e la giustizia sociale.
Ma Lapid è netto nel distinguere i piani: se la critica alle politiche di uno Stato è legittima, negare a Israele il diritto stesso di esistere non è politica, ma antisemitismo. Il leader centrista accusa, dunque, la codardia e l’opportunismo delle classi dirigenti occidentali che esitano a denunciare questa deriva, avvertendo che gli ebrei sono il canarino nella miniera, poiché dove l’odio attecchisce la società democratica è già in una fase di disgregazione.
Il cuore dell’intervista si sposta poi sul fronte di Teheran e dei suoi proxy (Hezbollah e Hamas), descritti come attori con una visione radicalmente opposta ai valori liberali, ai diritti delle donne e al pluralismo.
Lapid critica l’approccio diplomatico di Bruxelles, giudicato troppo prudente, sostenendo che l’Europa abbia offerto il processo invece della pressione. Secondo l’ex premier, questo atteggiamento non viene interpretato a Teheran come una sfumatura diplomatica, ma come pura e semplice debolezza. La sfida è considerata sistemica, poiché il regime iraniano non punta solo a Israele, ma a scardinare l’intero ordine basato sulle regole; se l’Europa non eserciterà una vera leva strategica, finirà per pagare il prezzo in termini di terrorismo, instabilità energetica e radicalizzazione interna.
La conclusione di Lapid è un appello alla coesione del mondo libero: Israele non chiede che altri combattano le sue battaglie, ma che gli alleati “stiano al suo fianco” nel riconoscere la natura della minaccia. Se il mondo sceglierà di isolare il problema considerandolo puramente regionale, scoprirà troppo tardi che Israele “era soltanto il primo bersaglio, non l’ultimo”.