Quando Simon Tedeschi parla di musica, non la descrive mai come una professione. La musica, per lui, non è un mestiere né una vocazione tardiva: è una condizione originaria, qualcosa che precede persino la memoria.
“Non ho un ricordo nitido della mia vita prima del pianoforte - racconta -. La mia esistenza ha sempre avuto senso solo attraverso la musica. Non è mai stata un lavoro: è parte della mia identità”.
Un’affermazione che acquista un peso particolare se si considera il percorso di Tedeschi, pianista che ha calcato palcoscenici prestigiosi fin dall’infanzia - suonò Mozart alla Sydney Opera House a soli nove anni - ma che oggi sceglie sempre più spesso luoghi raccolti, lontani dalla solennità delle sale da concerto.
L’ultima esibizione al Camelot Lounge di Marrickville, spazio informale e intimo, è emblematico di questo bisogno di prossimità. “È uno dei miei luoghi preferiti al mondo - dice -. In un’epoca in cui ci sentiamo tutti separati, ricorda a musicisti e pubblico che possiamo esistere insieme. L’arte non ha bisogno di distanza o di gerarchie: può essere intimità, conforto, comunità”.
Ripensando al concerto da bambino all’Opera House, Tedeschi non ricorda paura né tensione: “Non ero nervoso. Non avevo aspettative da soddisfare”. Quell’assenza di pressione, oggi, gli appare come un segno d’innocenza irripetibile.
“Quando suono Mozart ora, cerco di ritrovare quel tipo di purezza, ma è impossibile. Da adulti sappiamo troppo, abbiamo vissuto troppo”.
Con il tempo, ammette, il peso della conoscenza si è fatto sentire. “Oggi suonare è più difficile, non solo tecnicamente. Conosco la tradizione, la grandezza del repertorio e sento una responsabilità enorme. La musica è sempre migliore di come possiamo eseguirla. È umiliante”. Una consapevolezza che accomuna molti artisti maturi: “Un artista è sempre insoddisfatto, perché ciò che realizza non coincide mai con l’ideale che ha in mente”.
Il rapporto di Tedeschi con la memoria, l’arte e l’appartenenza è profondamente legato alla sua storia familiare. Dal lato paterno, la sua famiglia è ebrea italiana, originaria di Torino. Suo nonno era considerato italiano fino all’introduzione delle leggi razziali fasciste, che lo espulsero improvvisamente dall’Italia. Costretto a lasciare il paese, arrivò in Australia, dove però venne percepito come “troppo italiano” e sospettato di fascismo e fu internato in un campo.
“Era ‘troppo italiano’ per l’Australia e ‘troppo ebreo’ per l’Italia”, sintetizza Tedeschi. Una condizione di sospensione identitaria che segna profondamente la famiglia.
Da parte materna, invece, la storia è quella degli ebrei polacchi, cresciuti nella marginalità, nella povertà e nell’esclusione. “Erano lo stesso tipo di ebrei ashkenaziti, dell’Europa centro-orientale, ma con background completamente diversi - spiega -. Gli ebrei italiani erano integrati nella cultura europea, quelli polacchi erano outsider”. Questa differenza generò tensioni forti all’interno della famiglia, ma anche una precoce consapevolezza della complessità dell’identità. Quando Tedeschi visita Torino per la prima volta, solo due anni fa, prova una sensazione inattesa: “È stato stranissimo. Appena arrivato ho sentito che era nel mio sangue”. Visita la sinagoga, la scuola frequentata dal nonno - la stessa di Primo Levi - e percepisce un legame viscerale con una città mai conosciuta, ma sempre abitata interiormente. L’Italia che ha formato Tedeschi non è quella degli stereotipi. È un’Italia filtrata attraverso la nostalgia, la letteratura e la perdita. Suo nonno, costretto ad abbandonare gli studi, non superò mai il trauma di non aver completato l’ultimo anno di scuola, quello dedicato a Dante. “Era un’ossessione. Per tutta la vita sentì di aver perso qualcosa di irrecuperabile”.
Da bambino, Tedeschi ascoltava il nonno leggere Dante ad alta voce sul divano. “Credo di essere cresciuto in un momento particolare, quando il vecchio mondo stava finendo e io ne ho colto ancora un frammento”.
Più tardi, nei suoi vent’anni, questa eredità si trasforma in un’ossessione inaspettata per i gialli italiani. “Non so esattamente perché, ma in quei film ho ritrovato l’Italia che mio nonno aveva lasciato: la tensione tra storia e modernità, tra ordine e trasgressione”. Una chiave che, a posteriori, gli ha permesso di comprendere meglio quella figura austera e irrisolta.
Accanto alla musica, Tedeschi coltiva da anni la scrittura. Ha pubblicato Fugitive, un’opera che unisce memoria familiare, trauma e storia ebraica europea, ispirata a Visions fugitives di Sergej Prokof’ev.
“La musica è ciò che significa - afferma -. Non c’è distanza tra segno e senso: entra direttamente nel sistema nervoso. La scrittura, invece, è più crudele”.
Scrivere concede tempo, ma non garanzie. “Puoi lavorare su un testo per un anno senza sapere se funzionerà. È più sadistica della musica”.
Attualmente Tedeschi sta lavorando a un nuovo libro dedicato a Friedrich Nietzsche, ambientato a Torino, città in cui il filosofo trascorse gli ultimi mesi prima del collasso mentale. “Non è un romanzo tradizionale. È un accumulo psicologico, una riflessione sulla decadenza moderna attraverso una mente che si fonde con la città”.
Torino ritorna come luogo simbolico e ossessivo. “È come un fantasma dentro di me. Non la conosco davvero, e forse per questo sento il bisogno di tornarci continuamente”.
Tedeschi riflette su ciò che l’Italia gli ha lasciato: “Sono profondamente grato all’Italia, mi ha dato un intero paesaggio psichico da cui attingere artisticamente”.
Non una patria semplice né pacificata, ma un territorio interiore complesso, fatto di memoria, fratture e bellezza. Forse è proprio lì, in quello spazio instabile tra appartenenza e perdita, che la sua arte trova la sua voce più autentica.