Un viaggio lieve, quasi sospeso, dove il colore si fa racconto e la materia si dissolve in una visione. Le opere di Chiara Perego Meroni, artista italo-australiana a Melbourne, si muovono proprio su questo crinale sottile: un’indagine raffinata sugli sconvolgimenti percettivi generati dalle scelte cromatiche, tra tinte pastello e sfumature appena accennate che sembrano affiorare dalla tela con discrezione.
Il risultato è un’esperienza visiva e sensoriale che, senza mai indulgere in effetti ridondanti, accompagna lo sguardo verso una dimensione altra, quasi onirica. “Io sogno di volare – racconta l’artista –, immagina di poter guardare questo pianeta dall’alto: che cosa vedi?”. È da qui che prende forma una ricerca che ha nel punto di vista la sua cifra distintiva: uno sguardo dall’alto, leggero e insieme lucido, capace di restituire paesaggi interiori prima ancora che geografici.
La genesi artistica si sviluppa in Italia, tra la formazione al liceo artistico di Cantù e gli studi in Textile Design allo IED di Milano, dove Perego Meroni ha costruito il proprio linguaggio attraverso un percorso fatto di sperimentazioni e mostre. “Tante tele, tante esposizioni”, ricorda, accennando a una fase intensa ma necessaria. Poi, nel 2009, una prima svolta: “È stato un percorso molto introspettivo. Lì è cambiato qualcosa”.
L’approdo in Australia nel 2013 segna un ulteriore passaggio decisivo. Doveva essere, nelle intenzioni iniziali, un anno sabbatico. “Dodici mesi, nulla di più”, racconta. E invece il continente australiano, con la sua vastità e i suoi contrasti, si rivela una scoperta capace di incidere profondamente sulla sua sensibilità artistica. “Non c’è cosa più bella che trovarsi nel deserto, con quella Terra di Siena Bruciata e l’azzurro del cielo australiano, che è un colore tutto suo”.
Una suggestione che ritorna, trasformata, nelle sue tele: superfici attraversate da campiture cromatiche che non si fondono mai del tutto, ma convivono in un equilibrio sapientemente calibrato. I colori, infatti, non sono mai casuali. “Nulla esce per caso – sottolinea –. Il quadro è già nella mia testa prima ancora di esistere. Devo trovare i toni giusti, assicurarmi che funzionino insieme”.
Il processo creativo si gioca così in una tensione continua tra controllo e abbandono. La preparazione è meticolosa, quasi progettuale; l’esecuzione, invece, apre lo spazio all’imprevisto. “A un certo punto mi devo staccare. È lì che succede la magia – spiega Perego Meroni –. Ho dovuto imparare a fidarmi, a lasciare andare il controllo”.
Le sue opere, popolate da forme che ricordano nuvole o aggregati luminosi, mettono in discussione l’idea stessa di solidità. La nuvola, per sua natura inconsistente, diventa metafora di un’identità fluida, mai definitivamente fissata. Le pennellate – o meglio, le colature controllate di acrilico e pouring medium – costruiscono superfici leggere, attraversate da vibrazioni cromatiche che suggeriscono profondità senza mai definirla in modo rigido.
In questo senso, il lavoro di Perego Meroni si inserisce in una riflessione più ampia che attinge, come lei stessa riconosce, anche alla psicologia e alla filosofia. Non si tratta solo di rappresentare, ma di evocare uno stato percettivo diverso, uno scarto rispetto alla consueta esperienza del reale. “Voglio che chi guarda possa sognare dentro quello che creo – afferma –. Che possa immaginare, ritrovare qualcosa di sé”.
Un passaggio fondamentale in questa direzione è rappresentato dalla maternità, vissuta nel 2019 come un momento di trasformazione profonda. “È come se fossi stata un uovo che si schiude. All’inizio non sapevo cosa stesse nascendo”. Da quella fase, segnata ancora una volta da introspezione e ricerca, emerge una nuova apertura: personale prima ancora che artistica. “Adesso sono pronta a farmi vedere per quella che sono”.
Questa disponibilità a esporsi si riflette anche nella scelta di portare l’arte fuori dai luoghi tradizionali. La mostra organizzata da Arts in Habit in programma al Naturale Cafè di St Kilda, in una splendida cornice informale, nasce proprio con questo intento. “L’arte deve essere più democratica – sottolinea –. Non può essere relegata solo ai musei”.
Un’idea che si traduce in un vernissage pensato come momento di incontro, tra opere e pubblico, tra artisti e spazi della quotidianità. Un invito, in fondo, a rallentare, a distogliere lo sguardo dalla frenesia e a lasciarsi attraversare da immagini che chiedono tempo e attenzione.
Perché è forse qui che si gioca il senso più autentico del lavoro di Chiara Perego Meroni: nella capacità di restituire leggerezza senza superficialità, di suggerire una distanza che non è fuga, ma consapevolezza. Guardare dall’alto, nelle sue opere, non significa allontanarsi, ma trovare un equilibrio diverso, una prospettiva che alleggerisce senza negare. Un invito a riappropriarsi di noi stessi, liberandosi dalle zavorre del nostro essere. E allora il colore, lungi dall’essere semplice elemento decorativo, diventa strumento di conoscenza, chiave per attraversare il visibile e, insieme, ciò che visibile non è.
“Una delle cose a cui aspiro di più – conclude l’artista –, è catturare l’attenzione e permettere alle persone di sognare dentro quello che faccio”.