Le crisi che attraversano il Medio Oriente, le tensioni nel Golfo Persico, le guerre tra potenze regionali appaiono, a prima vista, problemi di altri continenti. Eppure, la storia dimostra il contrario: soprattutto quando l’energia diventa l’arma di un conflitto, le conseguenze arrivano fino all’ultimo angolo dell’economia globale. E oggi l’Australia rischia di trovarsi nuovamente in posizione critica. La guerra in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz sono un potenziale shock economico di portata globale. Non è una semplice crisi geopolitica. È, prima di tutto, una crisi energetica.
Attraverso quello stretto largo appena poche decine di chilometri passa una quota enorme del petrolio mondiale. Quando quel flusso rallenta o si interrompe, l’impatto si propaga immediatamente sui mercati dell’energia, sui costi di trasporto e, in ultima analisi, sull’inflazione.
Per l’Australia la questione è particolarmente delicata. Il Paese è una potenza energetica quando si parla di gas naturale e carbone, ma rimane estremamente vulnerabile sul fronte del petrolio. La produzione domestica di greggio è crollata negli ultimi due decenni e oggi la stragrande maggioranza dei carburanti consumati nel Paese proviene dall’estero. Le raffinerie locali sono ormai ridotte a due impianti, mentre il resto del sistema si basa su importazioni di carburanti raffinati, soprattutto dall’Asia.
In altre parole, il sistema energetico australiano, ed evidentemente non solo quello australiano, è costruito su una logica di approvvigionamento globale continuo. Finché le rotte commerciali funzionano, il meccanismo regge. Ma quando una guerra blocca uno dei principali passaggi del petrolio mondiale, quella stessa architettura diventa un punto di vulnerabilità.
I primi segnali sono già evidenti. Il prezzo della benzina è praticamente impennato, e non soltanto per ragioni speculative. Il ministro del Tesoro Jim Chalmers ha ammesso pubblicamente che il governo sta monitorando attentamente la situazione e che l’Autorità australiana per la concorrenza e i consumatori ha intensificato la sorveglianza sui distributori per evitare abusi sui prezzi. È un segnale importante, ma non cambia la sostanza del problema: quando il petrolio sale, i costi salgono ovunque.
L’effetto più immediato è quello sui carburanti. Ma la benzina non è solo un costo per gli automobilisti. In un territorio così esteso come l’Australia, il diesel, di fatto, è il vero carburante dell’intera economia: alimenta il trasporto su gomma, l’agricoltura, la logistica, le miniere e una parte significativa delle catene di approvvigionamento. Quando il prezzo dei carburanti aumenta, l’effetto a catena si diffonde rapidamente su tutta la struttura dei prezzi.
È così che uno shock geopolitico si trasforma in fenomeno inflattivo. Gli economisti lo hanno segnalato con grande preoccupazione. Se il blocco dello stretto di Hormuz dovesse protrarsi, il prezzo del petrolio potrebbe superare i 150 dollari al barile. Ad oggi il Brent, il principale prezzo di riferimento mondiale del petrolio, si assesta intorno a 101-103 dollari al barile, con la minaccia iraniana di farlo arrivare addirittura a 200 dollari. Un aumento, da marzo 2025, di circa 30 dollari a barile. Un’ulteriore impennata di questo indice comporterebbe non soltanto il rischio di una nuova, impattante, ondata inflazionistica globale, ma anche un rallentamento della crescita economica.
Per l’Australia questa prospettiva arriva in un momento particolarmente delicato. L’inflazione, pur scesa rispetto ai picchi degli anni scorsi, rimane sopra l’obiettivo della Reserve Bank. Il dato ultimo è al 3,8 per cento, ancora al di sopra della fascia obiettivo del 2-3 per cento. Una crisi energetica rischia di complicare ulteriormente il percorso verso la stabilità dei prezzi. È per questo che la riunione della Reserve Bank prevista per oggi e domani assume un’importanza straordinaria.
Fino a poche settimane fa la previsione prevalente tra gli analisti era che la banca centrale avrebbe mantenuto i tassi invariati. Ma l’esplosione della crisi in Medio Oriente ha cambiato radicalmente il quadro. Il petrolio è tornato al centro dell’equazione inflazionistica e i mercati hanno iniziato a scontare la possibilità di un nuovo rialzo del costo del denaro.
Il dilemma per la Reserve Bank è evidente. Da una parte c’è il rischio che l’aumento dei prezzi energetici alimenti nuove aspettative inflazionistiche, rendendo ancora più difficile riportare l’inflazione entro il target. Dall’altra c’è la consapevolezza che l’economia australiana sta già affrontando una fase di crescita moderata e che un ulteriore aumento dei tassi potrebbe pesare sulle famiglie e sulle imprese. È il classico problema delle banche centrali nei momenti di crisi derivate da fattori diversi dal mercato interno: combattere l’inflazione senza soffocare l’economia.
Alcuni economisti ritengono ormai probabile un rialzo già in questa riunione. Altri sperano in una maggiore prudenza, sostenendo che l’incertezza geopolitica rende difficile valutare l’effettiva portata dell’impatto economico. In fondo nessuno sa quanto durerà il blocco dello stretto di Hormuz né quanto velocemente il mercato petrolifero potrà riassorbire la perdita di offerta.
In questa fase il rischio maggiore per l’Australia è quello di trovarsi esposta su più fronti contemporaneamente. Da un lato l’aumento dei prezzi dell’energia, dall’altro la possibilità di un irrigidimento della politica monetaria. A ciò si aggiungono altri fattori interni che negli ultimi anni hanno indebolito la resilienza dell’economia: una crescita della produttività stagnante, un debito pubblico vicino alla soglia dei mille miliardi di dollari e una politica fiscale che richiede interventi decisivi.
In passato l’Australia ha dimostrato di saper affrontare crisi globali con una certa solidità. Durante la crisi finanziaria del 2008 e persino durante la pandemia il nostro Paese ha potuto contare su una posizione relativamente robusta e su un sistema economico resiliente. Oggi la situazione è diversa. I margini di manovra sono più stretti e il mondo che ci circonda è più incerto.
La guerra in Iran è un promemoria di quanto l’economia globale resti dipendente dall’energia e da rotte marittime che possono essere interrotte in qualsiasi momento. È anche un richiamo alla necessità di riflettere seriamente sulla sicurezza energetica del Paese, senza arroccarsi in prese di posizione ideologiche che si scontrano troppo spesso con una realtà ben diversa. L’Australia continuerà a essere una grande esportatrice di materie prime. Ma la vera sfida dei prossimi anni sarà garantire la sicurezza delle forniture interne e la stabilità dei prezzi per famiglie e imprese.
Per ora l’unica certezza è che l’economia mondiale è entrata in una nuova fase di volatilità. E quando il petrolio diventa uno strumento di guerra, le conseguenze non restano mai confinate al campo di battagli ma arrivano a toccare sempre, a cascata, i bilanci già precari delle famiglie.