Questa volta l’aumento non era così scontato perché la guerra in Iran ha sconvolto tutto e tutti: il 5 a 4 con cui i ‘saggi’ della Banca centrale hanno deciso il secondo rialzo, nel più breve spazio di tempo possibile, dei tassi d’interesse, racconta quanto difficile sia stata la scelta che doveva fare i conti con i problemi di casa – e qui l’aumento diventa abbastanza scontato – senza perdere di vista tutte le complicazioni che il conflitto mediorientale scatenato da Israele e dagli Stati Uniti, sta rovesciando sull’economia mondiale. 
L’incremento annunciato martedì pomeriggio del costo del denaro rappresenta molto più di una semplice decisione tecnica di politica monetaria: è il segnale di tensioni profonde nell’economia nazionale e di una crescente difficoltà del governo nel gestire una fase complessa, segnata da inflazione persistente e incertezze internazionali.

L’aumento del tasso di sconto al 4,1% deciso dalla Reserve Bank evidenzia in primo luogo un problema domestico più che internazionale. Nonostante il conflitto in Medio Oriente venga spesso evocato come giustificazione politica, la stessa governatrice della RBA, Michele Bullock ha chiarito che le pressioni inflazionistiche derivano principalmente dalla domanda interna troppo elevata. Questa affermazione è cruciale, perché smonta la narrativa alla quale preferirebbe aggrapparsi il governo: quella cioè di attribuire a fattori esterni responsabilità che in realtà sono in larga parte interne. Quelle esterne, purtroppo, devono ancora arrivare e aggravare la situazione, al punto che la stessa Bullock non ha escluso uno scenario recessivo se l’inflazione continuerà a minare la crescita, obbligando la Banca centrale a nuovi interventi restrittivi in campo monetario.   
 
Un quadro della situazione che mette in evidenza, tra “scuse” e “minacce”, una contraddizione di fondo nella strategia economica del governo. Da un lato, Albanese e Chalmers hanno cercato di alleviare il peso del costo della vita attraverso sussidi temporanei e misure di sostegno dirette; dall’altro, tali politiche hanno contribuito ad alimentare la domanda, rendendo più difficile la strada per riportare l’inflazione sotto controllo. Come sintetizzato dall’economista Saul Eslake: “Ciò che il governo dà, la Banca centrale toglie”. Questa dinamica circolare rischia di intrappolare l’economia in una spirale inefficiente, dove gli interventi fiscali e monetari si neutralizzano a vicenda.
 
La questione centrale di questo dibattito sui ‘come e perché’ diventa quindi politica: il governo è disposto ad abbandonare le misure populiste a breve termine per adottare riforme strutturali più dolorose, ma necessarie? Il bilancio di maggio diventa, a questo punto, un banco di prova di notevolissimo peso per il futuro della nazione. Chalmers potrebbe avere l’opportunità – o addirittura la copertura politica – per introdurre riforme più incisive, sfruttando l’incertezza globale come giustificazione. Tuttavia, questa opportunità comporta rischi significativi, soprattutto per un’amministrazione che ha costruito gran parte del proprio consenso su promesse di sostegno alle famiglie e certezze per le imprese e gli investimenti.
Un elemento particolarmente critico riguarda la credibilità. Solo un anno fa, il governo celebrava il ritorno dell’inflazione entro livelli considerati accettabili, con un tasso ‘headline’ (considerando cioè la variazione media dei prezzi su tutti i beni di consumo) dell’1,9% e una media depurata (con gli aumenti di breve durata o temporanei limitati ad alcuni settori) al 2,9%. Questi dati avevano alimentato un clima di ottimismo, rafforzato anche da un basso tasso di disoccupazione. Tuttavia, come emerge ora chiaramente, tale fiducia si è rivelata troppo ottimistica e prematura. L’inflazione ha ripreso  a salire (raggiungendo il 3,8%), costringendo la Banca centrale a invertire la rotta.
 
Questo errore di valutazione però non riguarda solo la Reserve Bank, ma anche il governo. Le riduzioni dei tassi dello scorso anno - tre in totale - appaiono ora come una decisione affrettata, indubbiamente influenzata (anche se tutte le parti in causa ovviamente negano) da considerazioni politiche, dato l’appuntamento elettorale dello scorso maggio. 
Un altro aspetto rilevante, in un quadro a tinte sempre più fosche, è il ruolo che - in questa lunga campagna per ritornare ai valori inflazionistici ottimali tra il due e il tre per cento -, continua a recitare la spesa pubblica. Sebbene il ministro del Tesoro tenda a minimizzare il suo impatto sull’inflazione, è difficile sostenere che un aumento significativo della spesa – sia a livello federale che statale – non contribuisca alla crescita della domanda. In un contesto di capacità produttiva limitata, ciò si traduce inevitabilmente in pressioni sui prezzi. 
 
Le implicazioni sociali di queste dinamiche sono altrettanto importanti. L’aumento dei tassi colpisce direttamente milioni di famiglie con mutui, che vedono crescere rapidamente le rate mensili. A questo si aggiungono i costi più elevati dei carburanti e dei beni di consumo, creando una pressione significativa sul potere d’acquisto. In questo scenario, il malcontento popolare è destinato ad aumentare, e una prima prova dell’aria che tira potrebbe arrivare già questo fine settimana con le elezioni statali del South Australia, dove non ci sono sicuramente dubbi sull’esito finale (la riconferma del governo Malinauskas), ma il dato vero sarà un altro: la dimensione del voto di protesta e la capacità di One Nation di intercettarlo.
 
In questi momenti di grandi incertezze e, più che giustificate, inquietudini generali, è interessante notare come anche all’interno del Partito laburista emergano segnali di preoccupazione. C’è chi teme un “bilancio degli orrori” e chi, al contrario, un documento troppo timido per essere credibile. In entrambi i casi, il segnale è lo stesso: incertezza. E a Canberra, oggi, è questa la parola chiave. Anche perché dall’opposizione non arriva alcun tipo di pressione seria, lasciando il dibattito politico in una sorta di vuoto.
Attesa quindi per un budget che indubbiamente invierà un messaggio abbastanza chiaro sulle scelte più o meno coraggiose del governo in un momento in cui le opportunità e le necessità ci sono per mostrare direzione e qualche convinzione.
Tra le opzioni sul tavolo vi sono riforme fiscali, di cui si parla da sempre, che potrebbero generare entrate significative, come una revisione delle agevolazioni sugli investimenti immobiliari o addirittura qualche intervento correttivo sulla GST. Misure indubbiamente politicamente delicate, difficili da introdurre senza un forte sostegno pubblico.
Un punto particolarmente controverso riguarda i programmi di spesa legati alla transizione verde e alla creazione di posti di lavoro nel settore manifatturiero sostenibile. Sebbene tali investimenti siano fondamentali nel lungo periodo, il loro impatto immediato sulla domanda potrebbe aggravare le pressioni inflazionistiche. Di conseguenza, diventa legittimo chiedersi se non sia opportuno ricalibrare tempi e modalità di attuazione.
 
In definitiva, la situazione attuale richiede un cambio di passo: il governo deve passare da una logica di gestione dell’emergenza a una visione strategica di lungo periodo. Ciò implica scelte difficili, comunicazione trasparente e una maggiore coerenza tra politica fiscale e monetaria. Continuare a inseguire soluzioni di breve respiro rischia solo di peggiorare la situazione, prolungando l’incertezza e minando la fiducia dei cittadini.
 
La sfida principale per Albanese e Chalmers sarà quindi quella di trovare un equilibrio tra rigore economico e sostenibilità politica. Questo richiede non solo competenza tecnica, ma anche leadership e capacità di persuadere l’opinione pubblica della necessità di sacrifici temporanei per benefici futuri. Hawke e Keating insomma, rimanendo nell’orbita laburista, insegnano.  
L’aumento dei tassi d’interesse non è un evento isolato, ma il risultato di una serie di scelte e condizioni che si sono accumulate nel tempo. È un campanello d’allarme che il governo non può permettersi di ignorare. Se saprà cogliere questa occasione per riformare profondamente la propria agenda economica, potrà ancora recuperare credibilità e guidare il Paese attraverso questo periodo estremamente turbolento.
 
In caso contrario, rischierà di rimanere intrappolato in una spirale di interventi inefficaci e una continua perdita di consensi, che non vengono però catturati da un’alternativa tradizionale che ormai non c’è più, ma da coloro che offrono risposte facili e immediate a paure, insoddisfazioni, frustrazione e rabbia. Sabato il primo test di una nuova ‘tendenza’ nel South Australia: nonostante le note capacità degli elettori di distinguere tra temi e risposte federali e statali, qualche segnale è destinato ad arrivare fino a Canberra.