David Littleproud, Andrew Hastie e Sam Groth sul podio della tragicommedia che sta mettendo in scena la Coalizione sia a livello federale che statale. I tre ‘premiati’ della scorsa settimana potrebbero essere scalzati in qualsiasi momento perché i pretendenti non mancano e le sorprese neanche. Sul gradino più alto rimane,  nonostante il divorzio rientrato ieri (l’annuncio a denti stretti all’ora di pranzo, dopo grida, insulti, ultimatum, ripensamenti e assicurazioni del contrario), il leader dei nazionali perché non si è ancora ben capito cosa esattamente voleva e cercava di fare, se non assicurare danni ad un’opposizione frantumata che perfino il primo ministro Anthony Albanese vorrebbe avere.

Al secondo posto nella classifica degli imprevedibili sabotatori liberali e nazionali, il rappresentante del seggio di Canning (WA): l’ex  ufficiale delle truppe speciali australiane (SASR), ex ministro assistente della Difesa nel governo Morrison, ex ministro ombra dei Servizi e del Personale della Difesa (gestione Dutton) e dell’Interno dopo le elezioni dello scorso maggio, fino a qualche giorno fa era determinato a lanciare la sfida a Sussan Ley, poi una brusca frenata d’intenti lasciando il campo libero al collega della destra liberale, Angus Taylor.

Al terzo posto sul podio dell’imbarazzante nuova realtà della scena politica australiana, l’ex tennista Sam Groth. Perché anche a livello statale (specie nel Victoria, con le elezioni a fine anno) non si scherza in fatto di autolesionismo. L’ex vice leader liberale, che fino a giovedì scorso - dopo aver preannunciato l’addio alla politica -, aveva assicurato che non avrebbe anticipato la sua uscita di scena fino alla scadenza del mandato, ha fatto sapere di avere cambiato idea passando all’addio immediato. Suppletive quindi per il seggio di Nepean  e prove forzate di campagna, con inevitabili costi extra per una sfida alle urne che non si può trascurare, soprattutto per una questione strategica, per mantenere concentrazione e morale in una squadra che continua a procedere con grandi difficoltà, nonostante abbia di fronte uno dei governi meno popolari di sempre.

Liberali e nazionali allo sbando che stanno mettendo a dura prova la fiducia dei cittadini nella politica in generale e stanno pericolosamente incentivando la crescita di One Nation, al punto che mercoledì scorso, durante la sua ormai regolare presenza sugli schermi di Sky News, Pauline Hanson ha dichiarato che l’unica soluzione per combattere il governo laburista è quella di arrivare ad una coalizione tra il suo partito (che ora comanda, a destra, nei sondaggi), i liberali e i nazionali.

Oro colato per Albanese in un altro momento di grandi difficoltà, in questo caso economiche, dopo il rialzo dei tassi d’interesse ordinato dalla Banca centrale per far fronte alla nuova impennata dell’inflazione, oltre alle previsioni tutt’altro che positive su crescita (1,6% nel 2027 e 2028, un intero punto in meno rispetto a quello che il governo aveva annunciato nel suo documento di gestione di metà anno, lo scorso dicembre) e produttività, minata – secondo i maggiori osservatori economici – da un’eccessiva spesa sia a livello federale che statale. Fattore questo che il ministro del Tesoro, Jim Chalmers, anche ieri, in un’intervista televisiva, ha contestato, sottolineando la ‘responsabilità’ maggiore su inflazione, tassi e produttività al settore privato.

Mai tante opportunità per l’opposizione e tanta necessità per il Paese (governo compreso) di averne una ,e invece i liberali e i nazionali non finiscono mai di stupirci. Ieri l’ennesima prova con la  ritrovata ‘pace’, con nuova promessa di collaborazione e fedeltà tra due leader costretti a fingere di essere in perfetta sintonia.

Dopo il secondo divorzio, sbattendo la porta, in nove mesi, è arrivata un’altra rappacificazione, con tanto di conferenza stampa congiunta, con sorrisi e assicurazioni di circostanza, e accordo scritto di non farsi più del male pubblicamente: le differenze, insomma, da risolvere ognuno in casa propria, arrivando al rispetto delle decisioni che vengono prese a livello collegiale. Niente più strappi, come in occasione del “no” alla legge contro l’istigazione all’odio razziale e di religione (con l’abbinamento di quella sul controllo delle armi) da parte  di tre ministri ombra dei nazionali che hanno portato alla rottura dello scorso gennaio. Per loro una simbolica ‘punizione’, dopo tristi e sofferte trattative nel tentativo di non perdere la faccia su entrambi i fronti, con una sospensione fino a marzo dal governo ombra, invece dei sei mesi chiesti in un primo momento da Ley e le due settimane messe sulla bilancia della rappacificazione da Littleproud: Bridget McKenzie, Susan McDonald e Ross Cadell dietro la lavagna fino al primo marzo, poi tutti amici come prima.

Un nuovo ‘matrimonio’ che - e questo rimane un punto interrogativo, perché ormai la logica in casa liberale non esiste più – potrebbe evitare, almeno a breve termine, la sfida che si preparava a lanciare Angus Taylor che potrebbe, comunque, sorprendere tutti, salendo sul podio dell’assurdo,  concretizzando - nonostante tregua e buoni propositi - la teoria del “quando” e non del  “se” che accompagna i liberali dal giorno della scelta-Ley, fatta per  riscostruire l’immagine del partito, dopo il completo fallimento dell’esperimento Dutton.

L’implosione della Coalizione, con l’aiuto dell’imprevedibile Littleproud, i sondaggi desolanti e tutta una lunga serie di ‘piccoli’ ma costanti errori di valutazione, hanno indubbiamente indebolito una leadership mai completamente accettata all’interno del partito e mai capita o apprezzata dal pubblico in generale. Più di qualche indubbio scivolone, anche se su piccole cose, è stato inserito sull’agenda dei detrattori: dall’attaccare Albanese sulla maglietta dei Joy Division - sostenendo che il fandom per il gruppo post-punk degli anni ’80 equivalesse a un tacito antisemitismo – all’insistere sul richiamo dell’ambasciatore Kevin Rudd da Washington dopo che il presidente Donald Trump aveva proclamato la sua antipatia per l’ex primo ministro; ma anche cose più ‘serie’ come il lungo tira e molla sulle emissioni zero e lo ‘spacca Coalizione’ della richiesta (esaudita) del ritorno anticipato in Aula in risposta all’attacco terroristico di Bondi.

Sebbene nessun liberale possa sostenere di aver previsto l’esito disastroso di quella decisione che ha portato alla rottura con i nazionali, molti ritengono che Ley avrebbe dovuto considerare i rischi delle astute contromosse di Albanese.

Ley, ieri, a fianco di Littleproud, in perfetto stile politico del “non è successo niente” e dell’ultra conveniente “guardiamo avanti e non indietro”, ha assicurato di avere la completa fiducia dei colleghi e che tutti gli australiani, comprensibilmente frastornati e delusi di quello che è successo nelle ultime settimane, possono contare sull’impegno della Coalizione di riportare l’attenzione su tutto quello che non va al riguardo del governo Albanese. E, naturalmente, e qui il ‘coro’ è sembrato genuino, tutto quello che è successo - dalle inquietudini interne al divorzio,  passando per le accuse e le telefonate con inviti a dimettersi e ultimatum vari (non negati, ma legati a ‘passione e rispetto per colleghi e elettori’) – è colpa di Albanese e delle sue leggi, approssimative e affrettate su temi di grande responsabilità e peso, varate dopo la strage del 14 dicembre sulla spiaggia di Bondi. 

Gli ottimisti, in casa liberal-nazionale, probabilmente pensano che finalmente si è toccato il fondo e sta per iniziare una lenta risalita; per i più scettici, dopo quello che si è già visto, solo un barlume di speranza, anche perché non c’è più neanche il fattore sorpresa.