Quando nel 1955 la Neptunia entrò nel porto di Sydney, un bambino di undici anni cercava con lo sguardo il padre tra la folla sul molo. Si chiamava Rocco Falcomatà, era nato a Casignana, sull’Aspromonte ionico, il 30 aprile 1943. Nella pancia, raccontava lui stesso, aveva “farfalle giganti”. Il viaggio con la madre Maria e le quattro sorelle era durato 32 giorni. Il papà Giuseppe, muratore, era partito tre anni prima per preparare il terreno.
Da quel molo comincia una delle storie di emigrazione più straordinarie della comunità calabrese di Sydney. Dopo la scomparsa di Rocco, a condividerla con il nostro giornale è stato il fratello minore, Piero, con il quale aveva un rapporto molto stretto.
I primi tempi non furono facili. A Glebe la famiglia viveva in due stanze, e a scuola i compagni chiamavano Rocco “dago”. Ma i Falcomatà avevano il coraggio nel sangue. Dopo appena sei mesi, per volontà della madre, comprarono casa a Haberfield per 4.200 sterline, tra prestiti di amici, finanziaria e banca. Nel 1959 era già pagata.
A tredici anni Rocco vendeva giornali. Si alzava alle quattro e mezza e si spostava tra tram e autobus, e trattava quel lavoro come fosse un’impresa sua. Lì imparò la lezione che lo avrebbe guidato per tutta la vita: il cliente va servito bene, perché resti. Lasciò la scuola a quindici anni. Passò da una fabbrica di borse al grande magazzino Marcus Clark, poi dai fruttivendoli, cambiando lavoro ogni volta che qualcuno gli offriva di più.
In quegli anni arrivò anche la gioia più grande. Il 20 febbraio 1958 nacque Piero, l’unico dei sei figli nato in Australia. Dopo quattro sorelle, Rocco aveva finalmente un fratello. Ne fu così felice che si prese cura di lui quasi come un padre: voleva dargli il tempo che lui, con il papà sempre lontano per lavoro, non aveva avuto. Fu con la fisarmonica di Rocco, passione nata a bordo della Neptunia, che Piero cominciò a suonare. A sei anni la teneva appoggiata a terra perché era troppo pesante, con il mento sopra, e tirava il mantice. Rocco lo accompagnava alle lezioni e lo faceva esercitare, forse anche troppo. Piero suonò poi da professionista per diversi anni, e a undici anni si esibì perfino alla festa di San Rocco a Casignana.
Intanto per Rocco arrivò la svolta del lavoro, con il padre. Imparò il mestiere di intonacatore sul campo e all’Ultimo Technical College, dove nel 1965 fu premiato come miglior apprendista dell’anno. Quella medaglia di bronzo diventò il logo della sua azienda. Ancora studente, aveva già fondato con il papà la G&R Falcomatà. Poco dopo, quando un costruttore gli chiese perché affidare un grande appalto a un ragazzo “senza nemmeno la barba”, lui rispose che aveva il prezzo più basso: “Se non lavoro bene, mi mandate via”. Il lavoro fu suo.
Da lì fu un’ascesa continua. Già alla fine degli anni Sessanta lavorava a ospedali come il Prince of Wales. Negli anni Ottanta la sua squadra lavorò al restauro del Queen Victoria Building, con circa ottanta uomini in cantiere. Seguirono lo Shangri-La, l’aeroporto internazionale e il Westmead Children’s Hospital. All’inizio degli anni Novanta il Jarol Group contava oltre 400 dipendenti e ricevette il premio per l’imprenditoria etnica della National Australia Bank. Rocco ottenne anche l’opzione decennale per lo sviluppo dell’Italian Forum di Leichhardt.
Il successo non gli fece mai dimenticare Casignana. Quando vi tornò nel 1976, dopo ventun anni, scoppiò in lacrime davanti alla chiesa dove aveva servito messa e alla casa natale, ormai in rovina. Negli anni sostenne bambini con World Vision e nel 2013 fondò Building Angels, un’associazione che mobilita il settore edile per sistemare le case di chi è in difficoltà.
Per Rocco, il merito era soprattutto dei genitori e di tutti gli emigrati che, senza riconoscimenti, hanno cambiato il volto dell’Australia. È la loro storia, e oggi, grazie a Piero, anche la nostra.