TEL AVIV - Entrata nella quarta settimana la guerra in Iran, fonti giornalistiche israeliane, citando funzionari del governo Netanyahu, parlano di un conflitto destinato a durare almeno altre due settimane.
Responsabili della sicurezza israeliani hanno anche affermato che per ora “il centro di gravità continuerà a essere l’Iran”, ma che l’operazione militare in Libano “si intensificherà presto”.

Indebolire il gruppo terroristico di Hezbollah resta tra gli obiettivi dell’esercito israeliano: “L’operazione sarà molto potente - fanno sapere da Tel Aviv -. Ci sarà un danno grave e profondo alla loro capacità di lanciare razzi e missili. Non arriveremo a una situazione in cui non avranno missili, ma l’obiettivo è una netta distanza oltre il fiume Litani”.

Non si placano, tuttavia, neanche le reazioni dell’Iran che resiste nonostante gli attacchi israeliani e statunitensi abbiano limitato di gran lunga la capacità bellica del regime. Si contano oltre cento feriti negli attacchi iraniani avvenuti nella notte tra sabato e domenica contro le città israeliane di Dimona e Arad nel sud del Paese.

Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz, precisando che le difese aeree non sono riuscite a intercettare i missili, che hanno colpito direttamente le due città in due distinti bombardamenti. Almeno otto persone sono in gravi condizioni, tra cui un bambino di 12 anni e una bambina di 5 anni. 

Ma quello che ha spaventato di più, in ottica mondiale, è stato il lancio di due missili balistici dall’Iran verso un obiettivo strategico molto importante, con un raggio di azione ben più ampio rispetto anche alle attese.
Le sirene antiaeree sono suonate su Diego Garcia, ma hanno creato preoccupazione in tutto il mondo. Perché, prendendo di mira l’importante base anglo-americana sull’isola dell’Oceano Indiano - seppure in un attacco non andato a buon fine - Teheran ha dato dimostrazione di poter minacciare obiettivi fino a quattromila chilometri dal proprio territorio. Un raggio d’azione che tocca buona parte dell’Europa, Italia compresa, come sottolineato dal capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir: “Berlino, Parigi e Roma, e sono tutte a portata di tiro diretta”, ha avvisato Zamir. Il lancio invia un messaggio molto chiaro, ad oggi la Repubblica islamica è tutt’altro che sconfitta.

E, inoltre, il Vecchio Continente non è immune alla guerra, soprattutto se deciderà di schierarsi attivamente a favore dell’offensiva che intanto prosegue fino a toccare l’impianto nucleare iraniano di Natanz. “Preso di mira - ha denunciato l’agenzia atomica iraniana - dai criminali attacchi perpetrati dagli Stati Uniti e Israele”, senza tuttavia causare perdite radioattive, come confermato anche dall’Agenzia internazionale per l’Energia atomica che ha anche ribadito l’appello alla moderazione.

Una parola ormai estranea in una terra dove da quasi un mese si consuma l’ennesimo conflitto che non accenna a rallentare. E non aiuta neanche il solito Donald Trump che da una parte si dice pronto a valutare “un ridimensionamento dell’operazione” contro la Repubblica islamica, mentre intanto invia migliaia di nuove truppe in Medio Oriente.

Il lancio dei due missili balistici verso Diego Garcia, come detto, fortunatamente non è andato a buon fine, Uno dei missili ha avuto un malfunzionamento durante il volo, mentre una nave da guerra americana ha lanciato un intercettore SM-3 contro l’altro, secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal.
“Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti”, ha rivendicato l’agenzia iraniana Mehr, confermando l’attacco. Il fatto che l’Iran abbia preso di mira l’isola suggerisce infatti che i suoi missili abbiano una gittata maggiore rispetto a quanto stimato dai Paesi occidentali e affermato dagli stessi iraniani. E se solo il mese scorso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva affermato la volontà di Teheran di limitare deliberatamente la gittata dei propri missili a duemila chilometri - evitando così di poter raggiungere l’Europa - sembra che questo proposito sia ormai decaduto. Uno sviluppo che parla in particolare al Regno Unito e alla sua decisione di mettere a disposizione le basi per gli attacchi Usa agli obiettivi iraniani che minacciano Hormuz. “La stragrande maggioranza del popolo britannico non vuole avere nulla a che fare con la guerra” e “ignorando il proprio popolo, Starmer sta mettendo in pericolo vite britanniche”, ha affermato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi assicurando che Teheran “eserciterà il suo diritto all’autodifesa”.

La tensione sullo stretto resta alta: alle minacce iraniane, gli Stati Uniti hanno risposto annunciando che la capacità di Teheran di minacciare il passaggio di mare, chiave per i traffici merci ed energetici, è stata “indebolita” grazie al bombardamento, avvenuto la scorsa settimana, di una struttura sotterranea dove erano stoccati missili da crociera e altre armi. “Non solo abbiamo distrutto la struttura, ma anche siti di supporto all’intelligence e ripetitori radar missilistici utilizzati per monitorare i movimenti delle navi”, ha rivendicato il comandante del Centcom statunitense Brad Cooper. 

Su Hormuz si registra anche un intervento del presidente Trump che ha minacciato il regime: “Se non aprirà completamente, senza minacce, lo Stretto di Hormuz entro 48 ore da questo preciso istante, gli Stati Uniti colpiranno e annienteranno le loro varie centrali elettriche, iniziando dalla più grande!”. L’ennesimo ultimatum, con il G7 che torna a chiedere a Teheran di fermare gli attacchi nel Golfo, invitando alla de-escalation. Ma il blocco dello stretto resta mentre il conflitto prosegue nei giorni in cui l’Iran celebra la fine del Ramadan e il Nowruz, il Capodanno persiano. Appuntamenti vissuti senza la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, assente dal tradizionale impegno a guidare le preghiere dell’Eid al-Fitr, mentre le intelligence di Stati Uniti e Israele sono convinte che sia vivo, ma si interrogano se sia davvero lui a impartire ordini nel Paese.