WASHINGTON – Washington e Teheran minacciano di portare avanti il conflitto armato fino alla sconfitta reciproca, ma devono fare i conti con le riserve negli arsenali, già profondamente segnati dai primi giorni di guerra.

L’Iran non può nemmeno lontanamente competere dal punto di vista militare con la potenza di fuoco americana e israeliana, in termini di numeri, capacità, tecnologie e sistemi d’arma.

L’unico fiore all’occhiello del suo arsenale è rappresentato dai micidiali droni kamikaze Shaed, al centro di uno scambio di know-how e missili con Mosca, che ha iniziato a produrli in casa e oggi può scagliarne a centinaia ogni giorno sul fronte di battaglia ucraino.
Nel corso degli anni, Teheran avrebbe prodotto decine di migliaia di droni armati, in particolare del modello Shaed 136, che ha un raggio d’azione di 2.500 chilometri, è molto difficile da intercettare e, soprattutto, costa circa 30mila dollari a pezzo.

Molto più ridotto l’arsenale missilistico: i vettori a corto raggio prima dell’inizio delle ostilità erano circa duemila - quelli utilizzati fino ad oggi sarebbero di vecchia generazione - mentre è incerto il numero di missili a medio raggio a disposizione, tra i quali il più potente Shahab 3, che ha una portata stimata in 2mila chilometri e che potrebbe arrivare a colpire alcuni territori dell’Europa sudorientale.

Secondo la Difesa americana tuttavia, al quinto giorno di guerra i lanci di missili balistici iraniani erano già precipitati dell’86% rispetto alle prime ore di conflitto.

Anche gli attacchi di droni sono diminuiti, concentrandosi su obiettivi ‘secondari’, come i datacenter di Amazon e altre compagnie negli Emirati e in Bahrein - è la prima volta nella storia che i centri finiscono nel mirino - o i ben più spettacolari lanci contro gli aeroporti dei Paesi vicini, allo scopo di allargare almeno emotivamente l’area di conflitto.

In questo quadro andrebbero lette le parole del presidente Masoud Pezeshkian, che si è scusato con i Paesi confinanti per gli attacchi promettendo solo eventuali risposte ad azioni offensive: oltre all’apertura diplomatica ci sarebbe il tentativo di risparmiare droni, ora che l’impianto militare e industriale di Teheran è nel mirino e la produzione bloccata.

Non meno complessa la situazione per gli Stati Uniti: Donald Trump ha garantito che il suo esercito può contare su “munizioni illimitate”. 

Ma i proclami non hanno convinto la cerchia dei militari e degli alleati, preoccupati che la guerra in Iran stia esaurendo le scorte dei sofisticati sistemi d’arma che proteggono le basi Usa, le navi e gli alleati in tutto il mondo, soprattutto dagli attacchi missilistici.
Sul fronte offensivo, gli americani hanno intanto già abbandonato l’uso di armi a lungo raggio più costose e avanzate preferendo ora armi meno costose come le bombe Jdam, che possono essere sganciate sopra un bersaglio.

Difficile invece correre ai ripari in tempi celeri sul fronte della difesa antimissilistica: al momento infatti gli Usa possono produrre non più di 700 intercettori Patriot all’anno, che costano oltre 4 milioni di dollari l’uno, con i quali hanno garantito difesa aerea agli alleati in tutto il mondo, dal Golfo all’Ucraina.

Tanto che il commissario alla Difesa dell’Ue, Andrius Kubilius, ha avvertito che è necessario aumentare una produzione interna, perché “gli americani non saranno davvero in grado di fornire un numero sufficiente di questi missili sia per i paesi del Golfo, sia per l’esercito americano stesso, sia per le esigenze dell’Ucraina”.

Le preoccupazioni sono state in qualche modo enfatizzate dalle indiscrezioni sulle pressioni che in queste ore Trump starebbe facendo sugli appaltatori della difesa per aumentare la produzione, segno che alla Casa Bianca si teme che le risorse Usa possano essere messe a dura prova, e che lo spettro dei rifornimenti si aggiri anche sugli Stati Uniti.