La prima sessione dei lavori parlamentari del nuovo anno poteva essere per la Coalizione l’occasione per una ripartenza lanciata ed invece è stata un’imbarazzante vetrina delle profonde lacerazioni che stanno privando il Paese di una vera e forte opposizione: nemmeno il rialzo dei tassi d’interesse annunciato dalla Banca centrale, con le indubbie responsabilità del governo per la risalita dell’inflazione che ha provocato il ricorso al freno monetario, è riuscito a dare un minimo di incisività a Sussan Ley. Eppure il terreno è più fertile che mai per l’opposizione, dato che le previsioni sono tutt’altro che rosee anche sul fronte della produttività, destinata a scendere ancora, secondo l’analisi della Reserve Bank, nonostante le promesse di aggiustamento del ‘problema’ da parte del ministro del Tesoro, Jim Chalmers. 

La prima sessione parlamentare ufficiale del 2026 era stata preceduta da una seduta straordinaria del Parlamento, richiesta tra l’altro proprio dalla leader liberale, per ottenere una risposta immediata all’attacco terroristico dello scorso dicembre. Sulla carta era sembrata una vittoria della Coalizione, dato che il primo ministro Anthony Albanese aveva accettato la richiesta, cercando di far dimenticare le tre settimane trascorse in trincea rifiutando, fino all’inevitabile capitolazione, la convocazione di una Commissione reale d’inchiesta sulla strage del 14 dicembre. Ma l’impressione positiva è durata pochissimo e il ritorno anticipato in aula si è ben presto dimostrato un clamoroso errore strategico: il risultato è stato, infatti, una doppia legge contro l’incitamento all’odio razziale e una stretta su fucili e pistole, confezionata in fretta e furia che non ha cambiato nulla sul fronte dell’antisemitismo e ben poco per ciò che riguarda il controllo delle armi da fuoco. 

In compenso, quelle stesse leggi, approvate con l’appoggio dei liberali, hanno provocato il secondo divorzio in nove mesi con i nazionali: Coalizione di nuovo spaccata tra accuse, minacce e ultimatum. Poi l’inevitabile ripensamento, non uniforme ed estremamente sofferto, che ha portato a urgenti lavori di ricucitura iniziati lunedì sera con un primo colloquio tra due leader ‘costretti’ a fare finta che, dopotutto, nell’interesse dei loro partiti possono ancora lavorare assieme. Un primo passo verso il ripristino di una ‘normalità’ tutt’altro che garantita: sul fronte liberale è stata formulata un’offerta (che prevede tra l’altro la sospensione dall’incarico per sei mesi dei tre ministri ombra che hanno provocato la crisi votando contro le direttive dell’esecutivo) e martedì sera, invece del sì, è arrivata una controfferta dei nazionali (mentre stiamo andando in stampa in programma un nuovo incontro).

  Intanto in aula massimo imbarazzo con i 14 componenti della squadra capitanata da David Littleproud relegati sui banchi dell’anonimato e i liberali con ridotte possibilità di intervento durante il ‘question time’, data la rappresentanza ridotta, come opposizione, provocata dalla spaccatura della Coalizione. 

Niente attacchi orchestrati, niente strategia coordinata per procurare qualche minima difficoltà ad un governo alle prese con la responsabilità (via aumento delle spese e una spinta in campo energetico che continua a gettare benzina sul fuoco dei prezzi) di un incremento del costo del denaro: un quarto di punto e buone possibilità di un altro ritocco nella seconda metà dell’anno, con tanto di una revisione in negativo delle previsioni di crescita e del tasso d’inflazione che, prima di ritornare a scendere, potrebbe risalire, secondo la RBA, fino al 4,2%. 

Ma c’è anche un’altra realtà che ha tolto a Ley l’opportunità di ripartire con un minimo di rilevanza: i sondaggi shock del nuovo anno che hanno fatto registrare il clamoroso sorpasso di One Nation - nelle intenzioni di voto degli australiani - nei confronti della Coalizione (ancora prima del limbo in cui è al momento sospesa) e addirittura di Pauline Hanson sulla scala della popolarità a livello di leader. Un doppio sorpasso che è una chiara indicazione della complessità della situazione in cui si trovano i partiti dell’opposizione, che continuano a fornire un’impressione al mondo esterno che più negativa non potrebbe essere: ciascuno per sé, senza alcuna direzione e, soprattutto, senza il minimo rispetto per gli elettori. E non solo i sempre meno numerosi ‘fedelissimi’, messi a dura prova, ma tutti gli altri, quelli che magari non sono di certo felicissimi dell’operato dei laburisti e che rifiutano le scombinate soluzioni imperniate sul populismo anti tutto (immigrazione e comunità indigena in prima linea) di Hanson e del suo nuovo braccio destro, l’ex leader dei nazionali (e così per qualche tempo anche ex vice primo ministro) Barnaby Joyce. 

Sussan Ley e David Littleproud imbarazzanti, ma ancora peggio le manovre senza capo né coda, alla luce del sole, dei pretendenti alla leadership liberale: Angus Taylori e Andrew Hastie, con quest’ultimo che, quando si è finalmente reso conto di non avere i ‘numeri’, si è ritirato dalla corsa. Il ministro ombra della Difesa invece non demorde e continua la sua tattica destabilizzante. Assicura fedeltà a Ley mentre è apertamente impegnato a cercare consensi, alimentando voci e previsioni sulla data della sfida: la prossima settimana? Durante la sessione parlamentare prima del budget? Subito dopo il bilancio, ma prima della lunga pausa invernale?  

Ley intanto, invece di concentrare le sue attenzioni su tutto quello che non va sulla sponda del governo, è costretta a guardarsi alle spalle e ricorrere alla massima diplomazia per cercare di rinsaldare i ponti con i nazionali.  Albanese ringrazia la buona sorte e l’incredibile evanescenza dell’opposizione per essere riuscito a riprendersi in tempi record, dopo aver barcollato a lungo, appoggiandosi alle corde, a causa del più grave attentato terroristico di sempre sul suolo australiano, mentre cercava di dare risposte balbettate e stonate. Ma ci hanno pensato i liberali e i nazionali a rincuorarlo, a dargli tutto il tempo necessario per recuperare terreno, assicurandosi di avere tutta la luce dei riflettori politici puntata sul loro avvilente spettacolo all’insegna della confusione, delle divisioni, dell’assoluta mancanza di qualsiasi visione e credibilità. 

In termini storici, quest’ultima spaccatura della Coalizione è stata la più drammatica ed è arrivata sulla questione meno importante (un paio di leggi arruffate, che non cambiano un granché). Un divorzio inopportuno e inaspettato che ha offerto al governo e al primo ministro la possibilità di riprendere fiato, proprio mentre l’opinione pubblica stava iniziando a smascherare inganni, ambiguità e fallimenti per ciò che riguarda la gestione economica. Una clamorosa spaccatura che ha anche alimentato il divampare dell’incendio, distruttivo per il Paese, appiccato da One Nation.

Durante le precedenti crisi tra liberali e nazionali (fino a pochi anni fa conosciuti come Partito agrario) i motivi di momentanee separazioni erano stati decisamente più seri: quasi 60 anni fa, il leader dei partner minori della Coalizione, John “Black Jack” McEwen, pose il veto al vice leader liberale William McMahon come successore di Harold Holt e impose l’elezione di John Gorton. Un veto determinato  dall’atteggiamento di McMahon verso le politiche di libero mercato, inclusa la protezione commerciale e i dazi.

Doug Anthony, come leader dei nazionali sciolse invece la Coalizione dopo la sconfitta elettorale contro Gough Whitlam nel 1972. Rimase divisa per circa 18 mesi, ma si riformò per competere alle elezioni del 1974.

In vista delle elezioni del 1975, Malcolm Fraser fu accusato di prestare troppa attenzione ai nazionali e resistette alle richieste di “andare da solo” come governo liberale, pur avendo conquistato abbastanza seggi per governare autonomamente. Fraser, come John Howard dopo la vittoria elettorale del 1996, continuò invece a governare in Coalizione con ministri dei partner tradizionali e un vice primo ministro, leader del secondo partito di governo.  

Oggi il panorama politico è completamente diverso: One Nation, nei sondaggi è al di sopra della Coalizione; i liberali hanno perso quasi tutti i seggi metropolitani a favore dei teal di Climate 200; ma soprattutto gli attuali leader non sono di certo del calibro dei vari McEwen, Anthony, Fraser, Howard e Tim Fischer. Ley e Littleproud farebbero quindi bene, nell’interesse di tutti, a mettere da parte le indubbie antipatie reciproche e l’inutile orgoglio, mentre qualche loro collega potrebbe dar loro un aiutino ricordando una frase piuttosto famosa e convincente di John Howard: “Amatemi o detestatemi, ma gli australiani sanno esattamente dove sto politicamente e in cosa credo”. Sarebbe un bel punto di positiva e costruttiva ripartenza.